Il libraio del futuro sarà un avatar, magari un gemello digitale del negoziante di fiducia? Possibile, anzi, in parte, è già così. C’è una domanda che chiunque ami leggere si è fatto almeno una volta, in piedi davanti a uno scaffale — fisico o digitale: cosa leggo adesso? Fino a qualche anno fa, la risposta arrivava dall’amico con i gusti simili ai nostri, dalla commessa di fiducia o dalla recensione trovata per caso su una rivista. Oggi, quella risposta la sta imparando a dare una macchina. Rakuten Kobo, uno dei principali operatori mondiali nel mercato degli ebook, ha una visione precisa su dove stia andando l’editoria digitale: verso un modello in cui l’intelligenza artificiale smette di essere uno strumento di catalogazione e diventa qualcosa di più ambizioso, un consigliere letterario su misura, capace di interpretare non solo ciò che abbiamo letto ma “il modo” in cui lo abbiamo fatto, il tipo di esperienza che stavamo cercando.
Per capire quanto sia radicale il cambiamento in atto, occorre partire da dove eravamo. I sistemi di raccomandazione della prima generazione erano fondamentalmente meccanismi di correlazione statistica: aggregavano comportamenti d’acquisto e ne estraevano schemi. Funzionavano, in un certo senso. Ma rispecchiavano il passato, non il lettore. Premiavano i bestseller già bestseller, amplificavano le mode, ignoravano le periferie del gusto.
L’ambizione di Kobo è un’altra: «Il paradigma della scoperta digitale si sta spostando dalla navigazione passiva alla connessione attiva e significativa» ci dice Michael Tamblyn, il CEO di Rakuten Kobo, «vogliamo andare oltre il consumo guidato dalle classifiche verso un ecosistema personalizzato che onori il viaggio unico del lettore». Il cambio di vocabolario è già di per sé eloquente — si parla di “viaggio”, non di “acquisto”; di “onorare”, non di “soddisfare”. L’IA, in questa visione, non ottimizza una transazione: accompagna un’esperienza.
«Dove gli algoritmi vedono solo punti dati e preferenze, noi cerchiamo la risonanza culturale e le connessioni che rendono la lettura un’esperienza profondamente umana» prosegue Tamblyn.
Il problema è che i modelli linguistici sono creatori di medie, non di idee nuove. Addestrati su ciò che esiste, tendono per natura a proiettare il passato sul futuro, a rafforzare ciò che è già noto, a ignorare l’autore emergente che non ha ancora abbastanza dati di lettura a suo favore. Un consigliere che conosce solo i classici e i libri più venduti non è poi così diverso dall’algoritmo di prima generazione.
