Storie Web domenica, Maggio 10

Se la precarietà diventa condizione esistenziale, il desiderio si strozza. Essere madri, oggi, non riguarda solo il volere. Ma il potere. La maternità, nella progettualità individuale, annega nelle mancanze collettive. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, tra i più bassi in Europa (Istat). Ma il punto non è solo demografico. È lo scarto tra desiderio e possibilità. Come emerge dal Rapporto Coop 2025, avere un figlio è un progetto minoritario: solo il 12% dei 18-44enni pensa di averne uno entro un anno e il 59% non è interessato.

Rinuncia adattiva

Più che un rifiuto ideologico, una rinuncia adattiva. Anche quando il desiderio c’è, la variabile economica interviene per prima. A marzo 2026 il tasso di occupazione in Italia si attesta al 62,4% ma il mercato del lavoro resta fragile, soprattutto per le donne: il divario occupazionale con gli uomini sfiora i 18 punti percentuali. Anche quando lavorano, le donne sono più esposte a precarietà, part-time involontario e salari più bassi, in un sistema che continua a penalizzarne la continuità professionale.

A questo si aggiunge un welfare insufficiente. La copertura dei nidi resta sotto gli standard europei e la rete familiare non basta: sempre più giovani donne si spostano per studio o lavoro proprio negli anni in cui la maternità diventa una possibilità. Il report Svimez “Un Paese, due emigrazioni” registra, tra il 2002 e il 2024, quasi 350mila laureati under 35 che hanno lasciato il Mezzogiorno, con una quota femminile quasi al 70%.

Senza reti di supporto quotidiano, avere un figlio diventa più complesso. Non solo una scelta, ma una questione organizzativa che si intreccia all’emergenza abitativa: i canoni di locazione sono cresciuti nelle grandi città, con un ulteriore +3,5% nel 2025 (Nomisma), e l’aumento dei tassi ha ridotto l’accesso al credito. Non sono solo le variabili “strutturali” a ostacolare la maternità.

L’incertezza delle relazioni

“Eteropessimismo” è la parola coniata dallo studioso di sessualità e sociologia Asa Seresin per descrivere quello che caratterizza le relazioni oggi: «Una disaffezione performativa nei confronti dell’eterosessualità, espressa sotto forma di rimpianto, imbarazzo o mancanza di speranza verso l’esperienza etero», che evolve dal cambiamento dei ruoli di genere. Le donne oggi sono mediamente più istruite degli uomini e hanno raggiunto livelli di autonomia economica e personale senza precedenti. Questo si traduce in aspettative relazionali più alte, basate su reciprocità, cura e riconoscimento. Ancora difficili da soddisfare, stando agli ultimi dati Istat che registrano in Italia 6,3 milioni di single.

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