La povertà minorile in Italia resta tra le più elevate in Europa ed aumenta nelle famiglie monogenitoriali, in particolare in quelle formate dalle madri. L’occupazione femminile nel nostro paese è, infatti, molto bassa, poco sopra il 50%, le donne guadagnano meno dei partner e così, quando restano sole, il rischio di povertà ed esclusione sociale cresce.
In Italia il 26,7% dei minori sotto i 16 anni – oltre 2 milioni – vive in condizioni di povertà o esclusione sociale (contro una media ue del 24,2%), percentuale che al sud e per i minori stranieri supera il 40% e nei nuclei monogenitoriali sale al 38% (al 53% nel caso di più figli). Ma se il genitore è la madre, è a rischio povertà o esclusione sociale il 48,4% dei minori (in crescita dal 42,4% nel 2021), se è il padre il 30,9% (25,6%).
«Il secondo reddito è la principale protezione dalla povertà per i minori. Ed è spesso quello delle donne, che lavorano e guadagnano meno. Questo aumenta il rischio di povertà nelle famiglie monogenitoriali, composte per oltre l’80% da madri» spiega Manuela Naldini, sociologa della famiglia e professoressa ordinaria all’Università di Torino. «Anche quando c’è un affidamento condiviso e i padri contribuiscono economicamente, ad esempio, attraverso l’assegno di mantenimento – specifica la sociologa – il livello dei redditi femminili resta inferiore e questo espone maggiormente le donne a povertà ed esclusione sociale».
Secondo Naldini, la prima causa dell’alto livello di povertà minorile in Italia è legata agli scarsi trasferimenti monetari: «il nostro sistema di trasferimenti monetari per le famiglie con figli ha una capacità molto limitata di ridurre il rischio di povertà, rispetto ad altri Paesi, come ad esempio l’Irlanda o la Danimarca», avverte la sociologa. Il quadro è aggravato dalla carente struttura dei servizi, anche se nel 2024 la percentuale di bambini di età compresa tra 0 e 2 anni, iscritti a servizi di assistenza all’infanzia formali (early childhood education and care), ha raggiunto il 39,4%, in aumento di 4,9 punti percentuali rispetto al 2023. La soglia fissata dalla Ue è pari al 45% entro il 2030. Restano grandi disparità tra nord e sud e tra grandi e piccoli centri. «Ciò aumenta il rischio che le donne non solo lascino il lavoro, ma riducano il loro impegno lavorativo, anche quando vi è una separazione», aggiunge Naldini.
