L’effetto è ormai evidente sui singoli prodotti. Samsung il primo ottobre ha aumentato in Corea il prezzo dello stesso Galaxy S26 già in commercio: il modello base è passato da 1.254.000 a 1.403.600 won, quasi il 12% in più. Gli altri S26 sono aumentati di 149.600 won e l’Ultra da 1 TB di 270.000 won
Anche Apple ha trasferito parte dei costi sui nuovi prodotti. Negli Stati Uniti iPhone 18 Pro parte da 1.199 dollari e Pro Max da 1.299, cento dollari in più dei rispettivi predecessori, circa il 9% e l’8%. Secondo un report di Nikkei, Apple avrebbe inoltre ridotto di almeno il 15% gli ordini di componenti per ottobre rispetto ai programmi iniziali, dopo una domanda più debole del previsto.
Ancora più netto il caso Xiaomi in Cina. Il 9 ottobre l’azienda ha aumentato di 1.000 yuan l’intera gamma Xiaomi 17 Ultra già sul mercato: il 12/512 GB è passato da 6.999 a 7.999 yuan, cioè +14,3%; il 16/512 da 7.499 a 8.499 yuan.
La crisi pesa soprattutto sui modelli economici. È molto più facile assorbire cinquanta dollari di costi aggiuntivi su un telefono da mille euro che su uno da cento. Per questo i produttori stanno eliminando modelli entry level, riducendo le configurazioni, aumentando i prezzi e spostando il portafoglio verso le fasce superiori.
L’AI sta quindi producendo un effetto collaterale molto concreto lontano dai data center: sta contribuendo a rendere più costoso cambiare smartphone. E la conseguenza più profonda potrebbe non essere il flagship che passa da 1.300 a 1.400 euro, ma la progressiva scomparsa dei telefoni davvero economici. Con impatti soprattutto sulle fasce di popolazione più svantaggiate.
