Non pensate solo a un “semplice” mal di schiena. Perché chi affronta la spondiloartrite assiale può andare incontro a complicanze cliniche ben più complesse, fatte di coinvolgimento di intestino, occhi e pelle. Purtroppo, proprio per la sua complessità, il quadro non permette di arrivare preso alla diagnosi corretta, visto che il disturbo viene spesso sottovalutato e derubricato al classico dolore da postura ed altro. In genere la patologia, che colpisce soprattutto giovani adulti, può essere correttamente riconosciuta anche dopo 8-10 anni dall’esordio, tempo che consente all’infiammazione di avanzare e creare danni. A ricordarlo sono gli esperti, in occasione della Giornata mondiale dedicata alla patologia di inizio ottobre.
I sintomi
Ma ecco le caratteristiche che debbono far riflettere e mettere in guardia: il dolore dura da almeno tre mesi, peggiora di notte e migliora con il movimento. Come ha ricordato nell’occasione Andrea Doria, Presidente della Società italiana di Reumatologia, il quadro «rappresenta una famiglia di malattie che riguardano principalmente la colonna vertebrale e le articolazioni sacroiliache ma possono interessare anche altre articolazioni e diversi organi». In Italia si stimano circa 15 nuovi casi ogni 100.000 abitanti all’anno, pari a oltre 8.000-9.000 diagnosi. A differenza del passato, quando la spondiloartrite era considerata quasi esclusivamente maschile, oggi il rapporto tra uomini e donne è più equilibrato (circa 3 a 2). «L’esordio avviene tipicamente prima dei 40-45 anni, spesso già intorno ai 30 – conclude l’esperto -. Di recente, abbiamo fatto importanti passi avanti nella comprensione e nella gestione della malattia, ma resta da sciogliere il nodo della diagnosi perché riconoscerla prima può cambiare la vita dei pazienti».
Cosa succede
«La spondiloartrite assiale è una patologia sistemica: oltre alla colonna vertebrale può coinvolgere anche altri distretti – è il commento di Roberta Ramonda, Direttrice della Reumatologia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova e Vicepresidente Fondazione italiana per la ricerca in reumatologia (Fira) -. Le manifestazioni più frequenti includono uveiti, quindi infiammazioni dell’occhio, malattie infiammatorie intestinali come il morbo di Crohn e la rettocolite ulcerosa, e la psoriasi. Per questo è fondamentale un approccio multidisciplinare che coinvolga reumatologi, gastroenterologi, oculisti e dermatologi. A volte la diagnosi può nascere proprio dal sospetto di altri specialisti: può essere l’oculista, di fronte a uveiti recidivanti, o il gastroenterologo in pazienti con malattie croniche intestinali e con dolore alla colonna o in altre sedi articolari, a indirizzare verso una valutazione reumatologica».
Stile di vita e cure
«Accanto ai farmaci, anche lo stile di vita gioca un ruolo fondamentale – commenta Ramonda -. L’esercizio fisico è parte integrante della terapia: migliora la mobilità, riduce la rigidità e contribuisce al controllo del dolore. Sono particolarmente utili attività a basso impatto come nuoto e ciclismo, insieme a esercizi di stretching e rafforzamento muscolare. Anche la dieta ha un impatto importante: un’alimentazione di tipo mediterraneo, ricca di fibre e polifenoli, può favorire un effetto antinfiammatorio e contribuire al benessere generale del paziente». Venendo alle cure, sempre di più l’interdisciplinarietà rappresenta quindi la chiave d’accesso alle cure, con una terapia “su misura”, personalizzata, adattata alle caratteristiche cliniche della malattia e individuali. In questo senso, il percorso passa attraverso diverse tappe: si parte con i farmaci antinfiammatori non steroidei, i Fans, mentre in persistenza dei sintomi della malattia, si può puntare su farmaci biologici, come gli inibitori del TNF e dell’interleuchina 17 e 23, standard di cura nelle forme più attive. Inoltre si inseriscono sempre di più anche gli inibitori JAK1.
