Storie Web venerdì, Settembre 25

Il prossimo data center potrebbe non avere né pareti né tetto: solo pannelli solari, chip e il vuoto cosmico. È l’orizzonte – ancora tutto da verificare – di Project Suncatcher, il progetto di ricerca con cui Google vuole capire se una rete di satelliti possa un giorno sostenere carichi di lavoro di intelligenza artificiale nell’orbita bassa, dove la luce non tramonta mai davvero: ciò che serve per alimentare la prossima generazione di calcolo.

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Il progetto si inserisce nella corsa, sempre più energivora, a espandere la capacità di calcolo necessaria per l’intelligenza artificiale. Portare parte di questa infrastruttura nello spazio potrebbe offrire accesso più continuo all’energia solare, ma apre a molti interrogativi: costi di lancio, manutenzione, durata dei componenti e impatto ambientale delle costellazioni.

Si vedrà, nel frattempo Google è la prima a sperimentare questa possibilità. Il satellite prototipo, sviluppato in collaborazione con Planet e in procinto di partire a bordo della missione rideshare Transporter-18 di SpaceX, ha il compito di verificare se le Tensor Processing Unit di Google possano sopravvivere alle condizioni estreme dello spazio: vibrazioni del lancio, radiazioni cosmiche e sbalzi termici in assenza di atmosfera.

L’iniziativa, annunciata per la prima volta lo scorso anno, parte da una considerazione energetica: in orbita bassa un satellite può contare su luce solare quasi costante, generando fino a otto volte più energia rispetto a un impianto equivalente sulla Terra. L’obiettivo di lungo periodo, spiega Google, è arrivare a collegare tra loro intere costellazioni di satelliti in grado di gestire carichi di lavoro AI su larga scala, in modo distribuito e alimentato da energia solare praticamente illimitata.

Sul fronte della resistenza meccanica, il team ha sottoposto il satellite a test vibrazionali su tre assi per simulare le frequenze di un lancio reale, durante il quale la navicella sperimenta accelerazioni sostenute fino a 10 g e i singoli componenti – chip TPU inclusi – possono arrivare a picchi tra 50 e 100 g. Secondo Google i risultati sono stati incoraggianti: l’hardware ha retto alle sollecitazioni meglio di quanto atteso dal team stesso.

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