Storie Web giovedì, Settembre 24

Se l’intelligenza artificiale entra in fabbrica, ma l’umanoide è ancora agli albori, dove sono allora le opportunità ed il mercato? Ken Goldberg, docente di ingegneria e robotica a Berkeley e fondatore di aziende che vendono sistemi robotici tra cui Ambi Robotics, è entusiasta della robotica, ma diffida delle tempistiche e delle promesse costruite attorno agli umanoidi, cioè alla robotica che lui chiama generalista.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

«Le imprese non comprano una dimostrazione»

Il suo metro di giudizio è uno solo: il risultato. «Le imprese non comprano una dimostrazione, comprano un risultato». Questo è il senso del suo ragionamento. «Sul piano industriale, un robot che esegue un movimento spettacolare una sola volta ha un valore limitato, se non lo ripete migliaia di volte a un costo accettabile», dice Goldberg. Le sue società, osserva, generano ricavi su compiti molto specifici — smistare pacchi, impilare bancali — proprio perché il valore è misurabile e ricorrente.

Il futuro dell’automazione variabile

Il professor Goldberg introduce a un concetto molto importante: l’automazione variabile. Per anni abbiamo pensato in termini di due sole categorie: l’automazione fissa, il robot che ripete all’infinito lo stesso gesto rigido e l’umanoide, il presunto tuttofare. Goldberg indica una terza via, ed è quella che oggi produce reddito: i sistemi specializzati che svolgono un compito strutturato ma con input che cambiano ogni volta. «Un pacco non è mai identico al precedente; l’AI serve proprio a percepire la differenza e ad adattarsi, entro un perimetro definito» mi spiega. A suo giudizio, per queste attività non serve un’intelligenza generale, ma una sufficiente che opera dentro confini chiari.

È qui che Goldberg mette in discussione con eleganza lo spettacolo degli umanoidi. Camminare o correre, spiega, è relativamente facile da simulare, perché la gravità è una forza stabile e nota. Manipolare è tutt’altro: entrano in gioco attriti, punti di contatto, superfici che cambiano, oggetti deformabili, la pressione delle dita. È un problema di fisica, non di coreografia. Per questo un robot capace di un salto acrobatico può restare goffo di fronte a un gesto ordinario quale afferrare un cavo, una scarpa, un componente irregolare. Lo scarto tra la simulazione e il mondo reale, il sim-to-real gap, è molto più ampio per la mano che per le gambe.

Goldberg aggiunge un altro punto fondamentale: la quantità di dati usati per addestrare i modelli linguistici potrebbe non essere sufficiente per addestrare i robot. «Nella robotica ogni esempio utile deve tenere insieme percezione, forza, tempismo, contatto ed esito, tutti correttamente collegati», mi spiega con dovizia di dettagli. Secondo Goldberg, gli attuali metodi, simulazione e teleoperazione, tendono a fermarsi attorno all’80% di successo e faticano a essere generalizzabili a casi nuovi. Ne deriva una considerazione che non è solo tecnica, ma anche di governance. I dati non sono solo numeri: registrano il gesto di chi lavora e l’ambiente in cui la macchina opera. Prima ancora di essere un patrimonio tecnico, sono informazioni sensibili. Per questo il modo in cui vengono raccolti e utilizzati — da chi, con quali finalità, con quali garanzie — va definito fin dall’inizio, non trattato come un dettaglio successivo.

Condividere.
Exit mobile version