Durante la pandemia di coronavirus, Andy Burnham, sindaco laburista dell’area metropolitana di Manchester che molti ora vorrebbero come premier a posto di Keir Starmer, ora debolissimo per la pesante sconfitta elettorale, criticò aspramente la gestione dell’allora primo ministro conservatore Boris Johnson, tanto da guadagnarsi il soprannome di «Re del Nord», titolo che tuttora mantiene e che va oltre quel periodo di emergenza e segna l’ascesa di un politico locale a leader riconoscibile a livello nazionale in un’area difficile, sempre sotto i riflettori durante le elezioni.
Secondo le regole del Labour Party, può diventare primo ministro solo un parlamentare e questo impedisce di fatto a Burnham di competere per la carica a meno che qualcuno non si dimetta e si svolgano elezioni suppletive ma occorre tempo e in questo momento, dopo le ultime elezioni amministrative, nessun seggio sembra davvero sicuro. I bookmaker, una parte consistente del partito e i sondaggi (gli ultimi di YouGov) sembrano ignorare tutto ciò e continuano a scommettere su Burnham come successore di Keir Starmer. Il diretto interessato, che in passato aveva promesso di voler portare a termine il terzo mandato come sindaco, ha già dato la sua disponibilità lo scorso autunno, alla vigilia del congresso del partito, nel periodo in cui iniziavano ad alzare la testa i nemici dell’attuale premier.
All’inizio del 2026, Burnham ha fatto una mossa ancora più esplicita, candidandosi come rappresentante laburista alle elezioni suppletive di Gorton e Denton, ma è stato ostacolato e quindi bloccato dai colleghi di partito al governo. I laburisti hanno poi perso quel voto e gli alleati di Burnham hanno avuto buon gioco ad affermare che avrebbe vinto. Ora è di nuovo in corsa, ha alleati più potenti tra cui Lucy Powell, Angela Rayner e Lisa Nandy, che chiedono che gli venga permesso di candidarsi alle elezioni suppletive.
Burnham, una moglie olandese, tre figli, laureato a Cambridge, è nato a Liverpool nel 1970 ma è cresciuto a Culcheth, un tranquillo villaggio della cintura suburbana del Cheshire, vicino a Warrington. Figlio di un ingegnere di BT e di una receptionist, ha spesso fatto riferimento alla sua educazione working class. Si è iscritto al Partito laburista prestissimo, a 14 anni, influenzato anche dagli scioperi dei minatori, ha iniziato a lavorare come ricercatore per i politici del partito, ma ha fatto anche un breve passaggio nel giornalismo e nei sindacati. E’ diventato per la prima volta deputato nel 2001, con Gordon Brown premier, e ha fatto una rapida carriera, prima Chief Secretary to the Treasury, poi ministro per il Digitale, Cultura, Media e Sport, infine nel 2009 ministro della Salute (incarico che ha amato molto, ha detto più volte). Ha provato a diventare leader del partito nel 2010 e nel 2015 ma non ha avuto successo, E’ stato quindi ministro degli Interni del governo ombra di Jeremy Corbyn per poi lasciare tutto e dedicarsi alla candidatura a sindaco dell’area metropolitana di Manchester, carica che ricopre dal 2017. Come sindaco ha conquistato una crescente popolarità, tanto che nel 2021 è stato rieletto con il 67,3% dei consensi, e nel 2024 confermato per un terzo mandato con il 63%.
Le posizioni politiche di Burnham si sono evolute nel tempo ma hanno seguito un percorso abbastanza lineare: è passato da un «socialismo aspirazionale» che puntava a misure di redistribuzione con ambizioni internazionaliste a lanciare la sua seconda corsa per la leadership del partito, nel 2015, davanti a una platea di contabili di Ernst & Young, sostenendo che gli imprenditori dovevano essere considerati «i nostri eroi come gli infermieri». Allo stesso tempo ha sostenuto la rinazionalizzazione delle ferrovie per rubare voti a Jeremy Corbyn con cui non ha mai avuto nessun vero punto di contatto. In passato ha sostenuto l’abolizione della tassa sulle ville definendola un esempio della «politica dell’invidia» ma si è detto favorevole al ripristino dell’aliquota massima del 50% sull’imposta sul reddito. Oggi è considerato un esponente della soft left del Labour, a metà strada tra centristi ed estrema sinistra: molti parlamentari di questa corrente lo vorrebbero a Downing Street, alcuni suoi alleati si sono sbilanciati nel dire che è «questione di settimane».











