Storie Web giovedì, Maggio 7

I magistrati di Bologna, che da tre anni hanno ripreso in mano le indagini sulla Banda della Uno Bianca, sentiranno nuovamente Roberto Savi, «il corto», l’ex poliziotto e insieme al fratello Fabio uno dei capi del gruppo criminale, in carcere dal 1994, che martedì sera nel corso di una intervista televisiva a Belve Crime, ha parlato delle «coperture» da parte dei servizi di cui avrebbe usufruito insieme ai suoi sodali. Affermando inoltre che il vero obiettivo della rapina all’armeria di via Volturno era eliminare l’ex carabiniere Pietro Capolungo, anche lui «ex dei servizi».

La scia di sangue

Criminali che lasciarono sulla strada 23 morti e oltre 100 feriti, tra Bologna, la Romagna e le Marche, tra il 1987 e il 1994. Ovviamente i pubblici ministeri che indagano sulla Banda, con l’ipotesi di concorso in omicidio, dopo l’esposto presentato nel 2023 dai familiari delle vittime, acquisiranno presto il girato integrale dell’intervista, fatta mercoledì, circa tre ore. Più corta la parte andata in onda ieri, un’ora abbondante, dove Roberto Savi, tra ammissioni parziali e frasi a mezza bocca, ha fatto capire che dietro la Banda della Uno Bianca non ci sono solo «i fanali, il paraurti e la targa», come disse anni fa il fratello Fabio. Una tesi, questa, già avanzata da Savi durante alcuni processi, salvo poi ritrattare. La Procura, in ogni modo, vuole vederci chiaro, e pur consapevole che i racconti dell’ex poliziotto e le sue “rivelazioni” possono essere un modo per ottenere alcuni benefici, sono diversi gli aspetti che sta approfondendo.

Le presunte coperture

C’è il tema delle coperture di cui poteva usufruire la Banda della Uno Bianca. Dell’eventuale utilizzazione dei membri del gruppo per compiere azioni con finalità più o meno nascoste: «Ogni tanto venivamo chiamati: facciamo così, e facevamo così», ha raccontato a Belve. E ancora: «Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma». Poi c’è il tema, altrettanto importante, di individuare le altre persone, che hanno partecipato ai fatti di sangue della Banda, come indicato già nell’esposto presentato dai familiari delle vittime e come risulta anche da alcune testimonianze e dagli accertamenti svolti dai magistrati bolognesi, che su questo aspetto hanno trovato già conferme.

I componenti

Che ci siano persone ignote, ancora a piede libero, che hanno partecipato ad alcune azioni criminali della Banda, per gli inquirenti è un dato oggettivo. Sentire presto Roberto Savi e verificare se Pietro Capolungo (figlio di Alberto, presidente dell’Associazione delle vittime) faceva parte dei servizi, è anche ciò che chiederanno alla Procura, con una apposita istanza, gli avvocati Luca Moser e Alessandro Gamberini, che assistono i familiari.

La cattura

Altro tema affrontato è stato quella della cattura. Savi ha contrastato la ricostruzione ufficiale, cioè di un’intuizione dei poliziotti riminesi Luciano Baglioni e Pietro Costanza. «La verità – ha detto Roberto – è che mio fratello è stato più fesso di quello che sembra. Ha raccontato tutto a Eva Mikula. Parlava troppo, e l’ha trasformata in una testimone». Proprio Mikula, all’epoca compagna di Fabio Savi, che più volte ha detto che la banda è stata presa grazie a lei, ha commentato: «Ho ricevuto dure conferme dalle parole di Roberto, che ero una testimone e detto da lui che i testimoni li uccideva, che sono una sopravvissuta».

Condividere.
Exit mobile version