Gli antibiotici sono farmaci salvavita, ma potrebbero rappresentare anche una variabile negativa importante nella risposta all’immunoterapia contro il cancro. A suggerirlo è una delle più ampie metanalisi condotte finora sull’argomento, che ha preso in esame 116 coorti di pazienti, per un totale di 97.850 persone con tumore, trattate con immunoterapia in 29 Paesi. I risultati, pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Cancer Cell, documentano un’associazione significativa tra esposizione agli antibiotici e peggiori esiti oncologici. Un segnale che merita attenzione, ma che non autorizza a considerare gli antibiotici responsabili di una ridotta efficacia delle cure.
Lo studio, dal titolo “Antibiotics and outcomes of cancer immunotherapy: an updated meta-analysis and clinical applications”, è frutto di una collaborazione internazionale che vede tra i protagonisti il professor Gianluca Ianiro, ricercatore in Gastroenterologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dirigente medico UOC CEMAD di Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, coautore senior e corresponding author del lavoro insieme alla professoressa Laurence Zitvogel del Gustave Roussy di Parigi. Tra gli autori figurano anche numerosi ricercatori del Gemelli e dell’Università Cattolica, tra i quali la dr.ssa Serena Porcari, prima autrice condivisa, il professor Antonio Gasbarrini, ordinario di Medicina Interna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore scientifico di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS e il professor Giampaolo Tortora, ordinario di Oncologia dell’Università Cattolica e Direttore del Comprehensive Cancer Center del Gemelli.
Un paziente su tre riceve antibiotici durante l’immunoterapia
Dall’analisi condotta emerge che quasi un paziente su tre riceve antibiotici durante il percorso di immunoterapia. Nella popolazione analizzata, il 31,2% dei pazienti era stato esposto a questi farmaci in prossimità dell’inizio del trattamento oncologico. Rispetto ai pazienti non esposti, quelli trattati con antibiotici presentavano un rischio di morte più elevato del 49% (hazard ratio, HR, 1,49) e un rischio di progressione di malattia o morte più elevato del 44% (HR 1,44) nel periodo osservato. “Questi numeri – spiega il professor Gasbarrini- vanno letti con attenzione. Si tratta di un rischio relativo: indica che, nel periodo osservato, il rischio di morte tra i pazienti esposti agli antibiotici era circa una volta e mezza quello dei non esposti. Non significa che gli antibiotici aumentino del 49% la probabilità assoluta di morire. Per fare un esempio, se in un certo intervallo di tempo morissero 10 pazienti su 100 tra i non esposti, tra gli esposti ne morirebbero circa 14-15: una differenza reale, ma di pochi punti percentuali, non del 49%. Allo stesso modo, il dato non indica che l’immunoterapia funzioni il 49% in meno: il confronto riguarda gruppi di pazienti diversi tra loro, non l’efficacia del farmaco, e misura un’associazione, non un rapporto di causa-effetto”.
La finestra da studiare: due mesi prima della terapia
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il momento in cui vengono somministrati gli antibiotici. L’associazione con gli esiti sfavorevoli è risultata particolarmente marcata nei pazienti che avevano ricevuto un trattamento antibiotico nei 60 giorni precedenti l’inizio dell’immunoterapia: in questo sottogruppo il rischio di una sopravvivenza ridotta o di progressione di malattia più accelerata raggiungevano rispettivamente il 79% e il 57%.
“Si tratta di un dato che suggerisce l’esistenza di una possibile finestra temporale particolarmente delicata – osserva il professor Ianiro – ma che non permette di stabilire se anticipare, posticipare o evitare una terapia antibiotica possa modificare la prognosi oncologica di questi pazienti. Le differenze osservate tra i diversi periodi di esposizione potrebbero infatti risentire anche delle caratteristiche dei pazienti e di distorsioni metodologiche proprie degli studi retrospettivi”.
