Storie Web mercoledì, Luglio 15

«Ricostituire un ordine internazionale fondato sulle regole, senza negare le differenze e i punti di contrasto». Un ordine in cui l’Europa possa recuperare il ruolo di «ponte tra Occidente e Oriente», con un obiettivo finale quanto mai strategico: «Evitare la guerra». Giulio Tremonti riassume così al Sole 24 Ore il fulcro del confronto che vedrà impegnata la «Commissione parlamentare di collaborazione italo-cinese», appena ricostituita dopo cinque anni grazie alla visita a Pechino, dal 22 al 25 marzo scorso, di una delegazione della commissione Affari esteri della Camera guidata dall’ex ministro, che copresiede l’organismo assieme a Wang Donming, vicepresidente del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo. Una riunione è già in agenda: si terrà il prossimo autunno a Roma, a Montecitorio.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La diplomazia parlamentare potrebbe funzionare laddove la diplomazia convenzionale fallisce?

 Nella diplomazia convenzionale i rapporti tra gli Stati scontano la rigidità legata all’origine, alla provenienza dei Governi. Con la diplomazia parlamentare la rappresentanza è più vasta, perché include le opposizioni. Il dialogo è stato ampio. Durante la missione abbiamo incontrato non solo i colleghi parlamentari, ma anche i rappresentanti del Partito comunista cinese, del Dipartimento internazionale e della Scuola centrale del Comitato centrale del Pcc.

Scuola dove lei nel 2009 aveva tenuto una lezione proprio sulla crisi della globalizzazione.

 Sì. A marzo ho indossato apposta la cravatta della Scuola, molto austera. Nessuno dei nostri interlocutori la aveva. Tutti portavano ormai cravatte “occidentali”. È un segno: rispetto ad allora la Cina ha mantenuto la sua gigantesca dimensione economica ma in aggiunta ha ormai sviluppato una altrettanto gigantesca dimensione politica, paragonabile a quella americana. La proposta italiana, diciassette anni fa, durante la presidenza italiana del G8, era stata quella di produrre regole condivise per passare dal free trade al fair trade. Il senso era chiaro: non si può vivere in un mondo in cui l’unica regola è che non ci sono regole, serve invece un global legal standard. Andò diversamente. Si pensò che fosse sufficiente stampare moneta, produrre regole di prudenza sulla finanza, e vinse la formula del Financial Stability Board. Oggi di stability se ne vede ben poca!

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