Storie Web giovedì, Luglio 2

Diverso il caso della Spagna, dove il peso dei finanziamenti pubblici continua a rappresentare un elemento di stabilità. Gli organizzatori segnalano una maggiore cautela da parte di alcune aziende, che preferiscono campagne di comunicazione meno visibili sul Pride, ma sottolineano come il sostegno delle amministrazioni abbia finora compensato il rallentamento del settore privato.

Il confronto europeo mostra così che l’impatto della stretta sulle politiche DE&I non dipende solo dall’entità dei tagli, ma anche dalla composizione dei bilanci dei Pride: dove il peso delle multinazionali è maggiore, il contraccolpo è stato più forte; dove entrano in gioco volontariato, donazioni e contributi pubblici, come in Italia e in parte in Spagna, la capacità di assorbire lo shock è risultata superiore.

Meno marketing, più rivendicazione

Il cambio di scenario non riguarda soltanto le sponsorizzazioni. In molti Paesi europei il Pride sta tornando ad accentuare la propria dimensione politica. A Vienna il motto di quest’anno è “Visible since 1996” e gli organizzatori definiscono la manifestazione «un grido di solidarietà»; ad Atene il messaggio scelto è una risposta diretta alla retorica anti-woke; in Spagna il ventesimo anniversario del matrimonio egualitario è diventato l’occasione per ribadire che i diritti acquisiti non possono essere dati per scontati.

Anche in Italia, dove il calo delle sponsorizzazioni rimane gestibile, il segnale è chiaro. Le risorse economiche continuano ad arrivare, ma il sostegno delle imprese non è più una scelta neutrale dal punto di vista reputazionale. E proprio per questo, osservano gli organizzatori, chi decide di confermare pubblicamente il proprio impegno oggi manda un messaggio che va oltre il marketing.

*Questo articolo rientra nel progetto di giornalismo collaborativo europeo “Pulse” ed è stato realizzato con il contributo di Dimitris Angelidis (EfSyn, Grecia), Ana Somavilla (El Confidencial, Spagna), Desislava Koleva (Mediapool, Bulgaria), Muzayen Al-Youssef (Der Standard, Austria), Francesca Barca (Voxeurop, Francia) e Petr Jedlička (Deník Referendum, Repubblica Ceca).

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