Il retro in ecopelle gommata o simil-tessuto è riuscitissimo. Le colorazioni Hematite, Violet Ice, Bright White e Sporting Green sembrano uscite da una collaborazione con Pantone più che da un catalogo tech. In mano il telefono trasmette una sensazione diversa rispetto ai soliti flagship in vetro lucido: più caldo, meno scivoloso, quasi “umano”.
Anche il display esterno da 3,63 pollici convince. Sulla carta è più piccolo rispetto a quello dei fratelli maggiori, ma nell’uso reale cambia poco. Le notifiche si leggono benissimo, si può usare la fotocamera senza aprire il telefono e perfino richiamare Gemini a schermo chiuso. Motorola resta una delle aziende che ha progettato meglio l’esperienza del display esterno nei flip phone.
Aprendo il dispositivo compare il pannello AMOLED interno da 6,9 pollici a 120 Hz. La piega centrale c’è, ovviamente, ma Motorola ha fatto un lavoro notevole: frontalmente quasi sparisce e durante la navigazione si percepisce molto meno rispetto alle prime generazioni di foldable. Dolby Vision, colori Pantone Validated e speaker stereo con Dolby Atmos completano un comparto multimediale che sorprende soprattutto considerando il prezzo.
Sotto la scocca lavora il MediaTek Dimensity 7450X. Non è un chip da benchmark estremi, ma è esattamente il tipo di processore che serve a questo telefono: veloce nelle attività quotidiane, efficiente e sufficientemente potente per fotografia, multitasking e AI. Le recensioni internazionali concordano su un punto: il Razr base non nasce per chi vuole giocare tre ore a Genshin Impact, ma per chi vuole un pieghevole elegante e affidabile nella vita reale.
Poi c’è tutta la partita dell’intelligenza artificiale. Motorola ha costruito attorno al Razr una specie di hub AI tascabile. Gemini è integrato in modo profondo, anche a telefono chiuso. C’è Copilot per la produttività, Perplexity per le ricerche con fonti citate e moto ai che prova a sintetizzare notifiche e suggerire azioni rapide. Non tutto è indispensabile — alcune funzioni sembrano ancora acerbe — ma rispetto ad altri produttori qui almeno si intravede un’idea: usare l’AI per ridurre il numero di aperture compulsive dello smartphone.
