Obiettivi dichiarati dei cosiddetti lefebvriani erano preservare la liturgia tradizionale secondo il Messale del 1962 e la formazione sacerdotale precedente al Concilio Vaticano II.
Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, il rapporto della Fraternità con la Santa Sede va via via deteriorandosi. Nel 1975 – dopo la pubblicazione da parte di Lefebvre di una Dichiarazione, nel novembre dell’anno precedente, in cui si ufficializza il rifiuto a seguire «la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio» – le autorità ecclesiastiche revocano il riconoscimento canonico della Fraternità e ne ordinano la soppressione. Lefebvre contesta la decisione e prosegue le attività del seminario di Écône.
L’anno successivo, nonostante il divieto della Santa Sede, monsignor Lefebvre ordina i primi sacerdoti cresciuti nella Fraternità e viene sospeso a divinis, cioè privato dell’autorizzazione a esercitare legittimamente il ministero sacerdotale e episcopale. Lo strappo vero, però, prende forma nel 1988, quando Lefebvre decide di consacrare quattro nuovi vescovi. Una scelta definita «atto scismatico» da Papa San Giovanni Paolo II, per la quale gli alti prelati lefebvriani incorrono nella scomunica automatica prevista dal diritto canonico.
Monsignor Lefebvre muore nel 1991, ma l’attività della fraternità non si ferma. Papa Benedetto XVI – che negli anni Ottanta, da cardinale, aveva negoziato senza successo una possibile riappacificazione con il movimento – apre diversi spiragli di riconciliazione: prima nel 2007, con la decisione di liberalizzare la messa Tradizionale latina, attraverso il motu proprio “Summorum pontificum”. Poi, nel 2009 – nonostante il permanere di «questioni dottrinali da risolvere» – decide di revocare le scomuniche contro i quattro vescovi della Fraternità.
Anche Papa Francesco, nel suo pontificato, ha inviato segnali di dialogo. Durante il Giubileo straordinario della Misericordia (2015-2016) ha concesso ai sacerdoti della Sspx la facoltà – valida e lecita – di amministrare le confessioni. In seguito questa facoltà è stata prorogata stabilmente. Sono state anche previste modalità per riconoscere validamente alcuni matrimoni celebrati da sacerdoti della Fraternità con l’autorizzazione dell’autorità ecclesiastica competente.









