Storie Web martedì, Giugno 23

Se l’Italia in termini di produzione scientifica eccelle ed è tra i primi dieci Paesi al mondo, solo il 3% delle pubblicazioni italiane rientra tra le più influenti a livello globale. Ma dello stesso 3% si tratta quando si misura la quota di pubblicazioni convertite in brevetti, contro il 13% della Francia e il 19% della Germania.

Debolezza che riguarda tutti i principali macrotrend identificati come prioritari per il futuro (energia e acqua, AI & quantum, robotica e sistemi autonomi, biotecnologie e materiali avanzati, difesa-spazio-sicurezza), che non riguarda la qualità della ricerca, ma la capacità di valorizzarla economicamente.

In termini di innovazione a trainare sono in generale le grandi imprese che, pur rappresentando solo l’1,3% delle aziende distrettuali, generano quasi la metà della spesa in innovazione. Con 42 aziende nella top 800 UE per spesa in R&S e investimenti aggregati per circa 11 miliardi di euro, l’Italia si colloca al quarto posto in Europa. Risultato solido, che maschera tuttavia un divario strutturale: la Germania investe quasi undici volte di più attraverso le sue grandi imprese, la Francia oltre quattro volte.

A pesare sulla scarsa spinta innovativa è anche la fuga dei talenti: su 119 mila laureati Stem all’anno (4° posto in Europa, ma per incidenza sul totale siamo tredicesimi), 20mila di questi scelgono di migrare. E ad ogni modo, nelle discipline ICT l’Italia è l’unico paese Ue con meno di un iscritto ogni mille abitanti.

Sul fronte della domanda di lavoro, lo studio di TEHA Club e InnoTech Hub ha analizzato 1,6 milioni di annunci pubblicati in 15 mesi: solo 2 offerte su 100 riguardano le 5 tecnologie strategiche, pari al 2% del mercato. C’è però un segnale positivo: mentre il mercato del lavoro complessivo si contrae (-0,3% mensile), la domanda di professionisti specializzati nelle tecnologie di frontiera cresce del 4,2% ogni mese.

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