La Banca Centrale Europea non sorprende i mercati finanziari e ritocca all’insù il costo del denaro nel Vecchio Continente. Con una mossa ampiamente preannunciata dagli operatori, l’Eurotower ha deliberato oggi un aumento di 25 punti base, spingendo il tasso sui depositi al 2,50%. A decretare la fine della tregua monetaria – arrivata dopo ben otto sforbiciate consecutive che avevano visto i tassi scendere dal 4% al 2% prima del mini-ritocco di giugno – è stato il recente e inaspettato sobbalzo dell’inflazione nell’Eurozona, schizzata al 3,3% ad agosto dal 2,9% di luglio. Questa inversione di tendenza ha spinto il Consiglio direttivo a intervenire per evitare che le aspettative inflazionistiche a lungo termine potessero destabilizzarsi.
A Francoforte sanno bene che questa fiammata dei prezzi non è figlia di un surriscaldamento interno dell’economia reale. La colpa è quasi interamente da attribuire ai beni energetici, balzati a un preoccupante +14,3% su base annua, complici i rinnovati venti di guerra e gli scambi di attacchi geopolitici tra Stati Uniti e Iran che hanno messo le ali alle quotazioni del petrolio sui mercati internazionali. Il vero dilemma per la presidente Christine Lagarde si nasconde però dietro un altro dato fondamentale: l’inflazione core (quella depurata dalle componenti volatili come energia e alimentari freschi) è in realtà scesa al 2,4%. Significa che le pressioni sottostanti restano moderate e che la dinamica dei salari, per il momento, si mantiene su livelli di crescita accettabili, non alimentando quella pericolosa spirale prezzi-salari che tanto spaventa le banche centrali.
La stretta odierna si inserisce in un contesto globale già nervoso, caratterizzato da listini azionari europei in calo e da forti turbolenze sui mercati obbligazionari mondiali. Secondo l’opinione di molti analisti economici, il livello del 2,50% appena raggiunto rappresenta una sorta di delicatissima “linea di confine”. Ci troviamo ancora all’interno del cosiddetto tasso neutrale, un’area teorica in cui la politica monetaria non esercita un marcato effetto restrittivo e non strozza la crescita finanziaria dell’area euro. Oltrepassare questa soglia psicologica, tuttavia, cambierebbe radicalmente lo scenario strategico. Una fetta consistente degli investitori ritiene che non ci sia alcun bisogno di irrigidire ulteriormente la corda, anche perché l’impennata autonoma dei rendimenti obbligazionari di mercato sta già stringendo i cordoni del credito, aumentando i costi dei finanziamenti per famiglie e imprese e riducendo la necessità di un intervento diretto delle autorità di Francoforte.
Da questo momento in poi la traiettoria futura della BCE sui tassi d’interesse diventa un vero e proprio foglio bianco. Finita l’epoca dei rialzi automatici e delle tabelle di marcia predeterminate, la presidenza Lagarde giocherà inevitabilmente in difesa, blindata dietro il consueto mantra della “dipendenza dai dati macroeconomici incontro dopo incontro”. La complessa partita d’autunno si giocherà sulla tenuta degli stoccaggi europei di gas naturale – attualmente segnalati su livelli piuttosto bassi – e sulla reale durata ed estensione delle tensioni in Medio Oriente. Se lo shock energetico rientrerà nei ranghi senza infettare il resto del paniere dei consumi, la BCE si concederà molto probabilmente una lunga pausa di riflessione. In caso contrario, qualora la fiammata energetica dovesse persistere e trasferirsi ai prezzi finali, la porta a nuovi interventi rimarrà inevitabilmente aperta, costringendo Francoforte a una scelta difficile tra stabilità dei prezzi e tutela della crescita economica.










