«Sto dicendo chiaramente alla Election Commission e ai funzionari elettorali che quello che state facendo è sbagliato», ha detto mercoledì Gandhi alla Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano.
La Commissione elettorale ha negato l’esistenza di divisioni al suo interno, affermando che tutte le decisioni, comprese quelle relative alla revisione delle liste elettorali, sono state adottate all’unanimità. «Punti di vista e osservazioni differenti rappresentano una componente normale del processo deliberativo in qualsiasi istituzione», ha dichiarato la Commissione in un comunicato.
Nei mesi scorsi i partiti di opposizione hanno ripetutamente accusato il governo guidato dal Bharatiya Janata Party (Bjp) di aver manipolato il processo elettorale, eliminando dalle liste soprattutto poveri e musulmani, due categorie che tendono a votare contro il partito di Modi, che storicamente ha la sua base elettorale nei ceti medio-alti di fede induista. Il Bjp, che negli ultimi anni è riuscito ad allargare il suo appeal elettorale anche alle fasce più svantaggiate della popolazione, ha sempre respinto le accuse.
La revisione delle liste elettorali è diventata una questione politicamente esplosiva in occasione delle vittorie nelle recenti elezioni locali che hanno visto il predominio del partito di Modi. In vista delle elezioni in West Bengal dello scorso aprile, circa 9 milioni di elettori sono stati rimossi dai registri elettorali prima del voto. Successivamente, per la prima volta nella sua storia, il Bjp ha conquistato lo Stato con una vittoria schiacciante.
Una revisione analoga delle liste elettorali era stata condotta anche in Bihar nel 2025, consultazione anch’essa vinta dal Bjp e dai suoi alleati regionali. Nonostante le controverse modalità della revisione e il fatto che i risultati abbiano premiato i partiti di maggioranza, tra gli analisti politici non c’è identità di vedute sull’effettiva influenza del processo sui risultati elettorali.










