Negli ultimi cinque anni il private equity ha investito nel settore alimentare italiano quasi la metà dei 9 miliardi di euro complessivamente impiegati dal 2000 a oggi: tra il 2021 e il 2025 ne sono stati destinati 4 miliardi, in 133 operazioni e con 64 operatori attivi, secondo il database Aifi-PwC sul mercato italiano del private equity e venture capital, alla base della ricerca “Numeri e bollicine – Private capital e aggregazioni nel settore alimentare” curata da Aifi, Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, insieme ad Aksìa, Muzinich & Co e Vitale.
«C’è stata una crescita significativa in generale del mercato, ma in particolare in questo settore», spiega Alessia Muzio, capo ufficio studi di Aifi, sottolineando che le 133 operazioni del quinquennio pesano ormai per oltre metà delle 261 realizzate nell’intero periodo.
Poli di aggregazione
Dietro l’accelerazione, secondo Muzio, c’è soprattutto la crescita delle acquisizioni add-on: tra il 2012 e il 2025 le società partecipate da fondi di private equity ne hanno realizzate 157, riconducibili a 80 società piattaforma, in media due a testa. «Il dato più rilevante che esce da questa ricerca è come le aggregazioni siano importanti per questo settore», afferma Muzio. Le operazioni comprendono sia acquisizioni singole sia la costruzione di veri e propri poli, con più società attive nello stesso segmento rilevate in un arco di tempo ravvicinato.
Il tessuto di partenza, ricorda, era «profondamente frammentato», composto in larga parte da aziende familiari trasmesse di padre in figlio: oggi si aggregano per raggiungere una dimensione competitiva. Il fenomeno ha accelerato proprio negli ultimi anni: gli add-on nel comparto sono passati dai 2 del 2012 ai 33 del 2025, con 60 operazioni condotte soltanto nel triennio 2023-2025.
Le famiglie restano
Sull’intero arco 2000-2025 il private equity ha totalizzato 393 investimenti in 261 operazioni su 208 società, coinvolgendo 132 operatori, per un ammontare complessivo di oltre 9 miliardi di euro investiti in equity, esclusi early stage, infrastrutture e finanziarie regionali, secondo i dati Aifi-PwC. La maggioranza delle operazioni è di tipo buyout – 259 investimenti per 7.820 milioni di euro – spesso accompagnata dal reinvestimento della famiglia proprietaria accanto al fondo, per sostenere percorsi di crescita, ricambio generazionale e managerializzazione. Le operazioni di expansion, minoritarie, sono state 103 per 867 milioni; più contenute quelle di replacement, 22 operazioni per 180 milioni, e turnaround, 9 operazioni per 281 milioni.
Investimenti dall’estero
Per numero di operazioni prevalgono gli operatori domestici, che pesano per il 72% degli investimenti censiti da Aifi-PwC, ma se si guarda all’ammontare il rapporto si ribalta: il 64% del capitale arriva da operatori internazionali, segno – spiega Muzio – dell’interesse crescente verso le eccellenze del made in Italy alimentare, spesso oggetto delle operazioni di dimensioni maggiori. Per settore, la produzione di beni alimentari resta il segmento più rilevante con 239 investimenti per 4.880 milioni di euro, seguita da fornitura e lavorazione di materie prime, 36 investimenti per 1.953 milioni, e da ristorazione e food delivery, in crescita negli ultimi anni con 40 investimenti per 810 milioni. A livello geografico le operazioni si concentrano soprattutto in Lombardia ed Emilia Romagna. Il 64% delle società target sono piccole e medie imprese e quasi un terzo ha un fatturato compreso tra 10 e 30 milioni di euro.













