Il bollino della certificazione green? Non è sufficiente a mettere l’azienda al riparo dall’accusa di greenwashing. Lo stesso vale per la definizione di società Benefit. A dirlo è Michele Bonsegna, avvocato penalista d’impresa e componente del Consiglio direttivo di Aodv231, l’associazione degli organismi di vigilanza.
Molte aziende scelgono la qualifica di società Benefit o acquistano certificazioni private. Questo scudo formale mette al riparo dalle accuse di greenwashing?
«Assolutamente no. Molte realtà si definiscono Benefit o acquistano bollini da certificatori terzi, ma la certificazione scatta solo una fotografia al passato. Il certificatore viene oggi e fotografa ciò che hai fatto fino a ieri, ma dal momento successivo la società non può dimenticarsi dei presidi organizzativi interni. Occorre quella che definisco la manutenzione della certificazione: controlli periodici e audit interni che dimostrino la continuità operativa dell’eccellenza dichiarata. Senza questo riscontro pratico, definirsi Benefit o dichiarare obiettivi Esg senza rendicontarli espone l’impresa a pesanti contestazioni».
Con le norme Ue sul greenwashing cosa cambia in concreto per le imprese?
«Si va a stabilire che, a fronte di un’asserzione ambientale, devi essere in grado di dimostrare l’eccellenza che tu stesso ti riconosci, altrimenti rischi di aver dato un’informazione sbagliata al mercato. Da avvocato, posso dire che vivo e lavoro sulle prove scritte. Fino a ieri poteva bastare una relazione formale o un report di sostenibilità generico, oggi ogni affermazione va provata con documenti e dati tecnici riscontrabili. La norma si colloca nel Codice del consumo, attribuendo un ruolo centrale all’Antitrust nel sanzionare le comunicazioni ingannevoli. Non siamo di per sé nel codice penale, ma un’asserzione falsa fornita al mercato o ai soci diventa la base per contestazioni di falsa comunicazione sociale».
