“Il Ssn continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo. Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità”. Così Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha presentato il 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale alla Camera, aggiungendo che “oggi chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia a visite ed esami”.
I tagli invisibili al Fondo sanitario nazionale
“Il finanziamento nominale è certamente aumentato – spiega Cartabellotta – ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al Ssn. È il fenomeno dei tagli invisibili: non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fondo sanitario/Pil del 2022”. Nel periodo 2023-2026 il Fondo sanitario nazionale (FSN) è aumentato di 17,5 miliardi, passando da 125,4 miliardi del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Il quadro cambia però se il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese: nel 2022 il FSN rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l’eccezione del 6,14% del 2026. Se nel periodo 2023-2026 il rapporto FSN/PIL fosse rimasto costante al livello del 2022, il Ssn avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi in più. Secondo Cartabellotta, inoltre, c’è un altro dato da non trascurare: dal 2010 al 2026 il FSN nominale è cresciuto di 37,5 miliardi ma, al netto dell’inflazione generale Istat, nel 2026 il finanziamento è sostanzialmente tornato ai livelli del 2010. “Nel frattempo – continua il presidente Gimbe – sono aumentati i bisogni di una popolazione che invecchia e i costi delle innovazioni farmacologiche e tecnologiche. Limitarsi a comunicare i miliardi stanziati non basta a dimostrare che il SSN sia adeguatamente finanziato”.
Il banco di prova del prossimo triennio
Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) 2026, approvato il 2 ottobre, prevede una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo dal 6,4% del Pil nel 2026 al 6,3% nel 2027-2029. Le stime confermano che non c’è alcuna inversione di tendenza: al contrario, la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità si riduce. Inoltre, nel triennio 2027-2029 si amplia ulteriormente la forbice tra previsioni di spesa ed entità del FSN: 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e € 14 miliardi nel 2029, per un divario cumulativo di 32,3 miliardi. “Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei Lea – osserva Cartabellotta – il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario. In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.
Spesa sanitaria: 42,4 miliardi a carico delle famiglie
Nel 2025 la spesa sanitaria totale è di 190,1 miliardi: 140,8 miliardi di spesa pubblica, 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. Rispetto al 2024, ricorda il report Gimbe, la spesa out-of-pocket diminuisce dell’1% (-434 milioni), mentre quella intermediata cresce del 10,1% (+642 milioni). In particolare, quella per assicurazioni sanitarie volontarie aumenta del 12,7%, passando da 4,69 a 5,29 miliardi. “Se il servizio pubblico arretra – puntualizza Cartabellotta – fondi e assicurazioni rischiano di diventare una corsia preferenziale per chi dispone di una copertura. Servono regole, trasparenza e vigilanza affinché la sanità integrativa completi le tutele del Ssn, senza sostituirle né ampliare le diseguaglianze”.
Personale sanità: 36,8 mld in meno rispetto al 2012
Nel 2025 la spesa per il personale sanitario dipendente e convenzionato ammonta a 52,2 miliardi, ma la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. Se questa quota negli anni fosse rimasta invariata, secondo Gimbe, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più, di cui 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025. Non si tratta di un taglio nominale, precisa il report, ma della differenza cumulativa rispetto a uno scenario ipotetico. I numeri indicano che, ormai, un medico su 4 e un infermiere su 5 non lavorano nel Ssn.
