Allora perché oggi tanti adulti scoprono di averlo?
Prima di tutto, non si diventa Adhd da adulti. Le radici del disturbo sono nell’infanzia, anche quando nessuno le ha notate. Quello che cambia nel tempo è la traiettoria evolutiva, cioè il modo in cui le caratteristiche di una persona incontrano le richieste dell’ambiente.
Per molto tempo l’Adhd è stato considerato un problema dei bambini, soprattutto dei maschi più vivaci. Una bambina disattenta ma tranquilla, un ragazzo brillante che compensava con l’impegno, una famiglia capace di fare da impalcatura: in questi casi le difficoltà possono restare sotto la soglia per anni ed emergere quando le richieste aumentano, con l’università, il lavoro, la famiglia. Una diagnosi a 35 anni non significa che il disturbo sia comparso a 35 anni.
E nell’adulto l’Adhd si presenta come nei bambini?
Non proprio. Con la crescita l’iperattività più evidente spesso si attenua o diventa un’irrequietezza interiore, una fatica a “stare fermi con la testa”. Restano più spesso le difficoltà di attenzione, di organizzazione e di gestione del tempo. Per questo nell’adulto l’ADHD si riconosce meno facilmente: si vede poco, ma si vive molto.
Si stima che circa il 2,6% degli adulti nel mondo abbia un Adhd presente fin dall’infanzia. L’aumento delle diagnosi non dimostra, da solo, che il disturbo sia diventato più frequente: può voler dire che oggi lo si riconosce meglio e, in qualche caso, che lo si attribuisce con troppa facilità.
E i social? Non ci stanno facendo sentire tutti un po’ Adhd?
Il rischio c’è. I social hanno avuto un merito: hanno aiutato molte persone a dare un nome alle proprie difficoltà e a chiedere aiuto. Ma un video di pochi secondi trasforma facilmente un quadro clinico complesso in un elenco di comportamenti in cui chiunque può riconoscersi. Analizzando i 100 video più popolari su TikTok dedicati all’Adhd, alcuni ricercatori hanno giudicato fuorviante più della metà dei contenuti.
