La sovranità digitale è entrata nella stanza dei bottoni, ma non coincide con l’idea di “fare innovazione” tutto in casa. Assunto semplice, nella sostanza, che apre però a una riflessione ben più articolata: per le imprese il nocciolo della questione è capire quali “dipendenze tecnologiche” sono davvero strategiche e reversibili e quale prezzo avrebbe il loro eventuale venir meno. La fotografia restituita dal report “Digital Sovereignty: From Policy Ambition to Executive Imperative” di Capgemini Research Institute, frutto di un’indagine condotta su 1.300 dirigenti di grandissime aziende ed enti pubblici, racconta un cambio di prospettiva.
Se il 93% delle organizzazioni ha già discusso il tema a livello di board, il 59% considera non realistico il raggiungimento di una piena sovranità digitale. Il messaggio di fondo è dunque chiaro: la sovranità non viene interpretata come autosufficienza tecnologica “tout court” mentre trova consenso crescente la cosiddetta “interdipendenza resiliente”, ovvero sia la capacità di mantenere il controllo sulle attività critiche riducendo eccessive esposizioni verso singoli fornitori.
Una priorità per il 44% delle imprese italiane
L’Italia riflette la tendenza globale, con il 94% delle organizzazioni che ha discusso il “problema” in Cda e il 44% che lo ha eletto a una delle massime priorità, ma denota le stesse ambiguità: il 34% delle nostre imprese dispone infatti di una strategia di digital sovereignty (un altro 54% la sta sviluppando) ma il 66% ritiene irrealistico raggiungerla appieno e solo il 18% dichiara di avere una mappatura completa delle proprie dipendenze (il dato mondiale scende al 14%). Il 63% delle top aziende della Penisola, inoltre, segnala una forte concentrazione dei provider in ambito dati, il 59% la rileva nel software e il 43% ritiene che servirebbe più di un anno per cambiare provider di connettività.
«Autonomia dove il rischio per il business è più elevato»
«Il divario esiste – conferma Monia Ferrari, amministratore delegato di Capgemini in Italia – e le fragilità principali riguardano proprio questa mancanza di visibilità, oltre alla concentrazione dei fornitori e alla difficoltà di sostituirli. Pensare di poter eliminare tutte le dipendenze è poco realistico». La sovranità, questo il cambio di paradigma, va quindi misurata nella possibilità di uscire da una relazione tecnologica senza mettere a rischio l’operatività dei processi, perseguendo l’obiettivo «di aumentare autonomia dove il rischio per il business è più elevato continuando a beneficiare delle capacità di innovazione offerte dall’ecosistema digitale globale».
Cosa cambia con l’AI?
L’intelligenza artificiale, a detta del 73% dei manager italiani (il dato è in linea con il 75% globale), è una delle aree prioritarie nella strategia di sovranità digitale. Per tutti, c’è però un rischio all’orizzonte: la corsa ai nuovi modelli AI può generare una nuova concentrazione proprio mentre le aziende cercano di ridurre quelle esistenti. «Quando si parla di AI – sottolinea in proposito Ferrari – il controllo non si limita al modello, ma include i dati utilizzati per addestrarlo e alimentarlo e la piattaforma su cui viene eseguito, l’infrastruttura tecnologica che lo supporta e, sempre più, la governance dei meccanismi decisionali e dei livelli di orchestrazione che ne regolano il funzionamento».
