Storie Web giovedì, Marzo 12

Partiamo da un concetto ormai noto: l’intelligenza artificiale sta assumendo sempre più il ruolo di infrastruttura critica, comparabile per importanza a energia e semiconduttori, in un contesto in cui la competizione tra Paesi e sistemi industriali non dipende da un singolo fattore. «Accesso ai dati, capacità di calcolo, capitale umano e supply chain sono tutti elementi fondamentali e, soprattutto, sono interdipendenti fra di loro», spiega Helmut Reisinger, ceo a livello Emea di Palo Alto Networks. Lo abbiamo incontrato in anteprima a Milano per l’evento “Ignite On Tour” dell’azienda di cybersecurity californiana dedicato ai clienti e ai partner e al Sole 24 Ore ha confermato come l’Ai stia attraversando una nuova fase evolutiva.

Dopo la stagione del machine learning e quella più recente degli strumenti generativi, si sta affermando quella che viene definita “production AI”, e quindi sistemi basati su agenti digitali capaci di eseguire attività operative e transazionali. Detto che un’avanzata infrastruttura di calcolo può non bastare se mancano dati su cui lavorare (e talenti che sanno gestirli), la corsa in avanti dell’intelligenza artificiale eleva sempre di più la centralità della sicurezza quale fattore abilitante. «Avere una buona cybersecurity per l’Ai è importante quanto avere l’AI stessa», ha sottolineato in proposito Reisinger, ricordando come serva ragionare su due dimensioni – l’AI per la sicurezza e la sicurezza per l’AI – e come in Palo Alto si utilizzino tecniche di machine learning già dal 2014, anticipando una tendenza oggi inevitabile, ovvero sia l’automazione della difesa informatica.

Proteggere le tecnologie

L’intelligenza artificiale rende gli attacchi più veloci, scalabili e sofisticati e l’esplosione dei dati, accelerata dal cloud e dalla stessa AI, rende impossibile gestire la sicurezza solo con interventi umani; ed è proprio grazie agli algoritmi che la compagnia americana analizza ogni giorno oltre 15 petabyte di informazioni provenienti da reti, ambienti cloud, endpoint, firewall, dispositivi e sistemi industriali).

Per contro, come ha ammonito Reisinger citando dati ripresi dalla Stanford University, solo una piccola parte delle implementazioni di AI (circa il 6%) è accompagnata da una strategia di sicurezza adeguata. «Molte organizzazioni stanno adottando questa tecnologia senza proteggerla ed è lo stesso fenomeno che in passato chiamavamo shadow IT, mentre oggi parliamo di shadow AI».

Il fattore resilienza

La cybersecurity – ha rimarcato il Ceo – è prima di tutto un problema di dati e limitare la difesa informatica a dati locali è inefficace, perché le imprese sono interconnesse e operano su mercati globali, e l’intelligence sulle minacce deve avere la stessa dimensione”. Non è un caso, quindi, che il tema della resilienza di un’organizzazione e la sua capacità di resistere agli attacchi sia ormai una priorità dei vertici aziendali (vale per tutti i settori, banking in testa) e che tale sensibilità sia rafforzata anche dal quadro normativo europeo, dal Gdpr alla direttiva Nis2 fino all’AI Act. Per le imprese la sfida è quindi duplice: difendere infrastrutture digitali sempre più complesse e allo stesso tempo semplificare la gestione della sicurezza. Non è raro, infatti, che una grande azienda abbia accumulato negli anni decine di soluzioni diverse (Palo Alto ne calcola in media tra le 30 e le 40) e non perfettamente comunicanti fra di loro, creando di conseguenza inevitabili punti di vulnerabilità. La risposta a questo problema, secondo Reisinger, è la “piattaformizzazione” della cybersecurity, e cioè un approccio unificato alla sicurezza che nasce dall’utilizzo di piattaforme integrate e che porta anche a un cambiamento nel modo di valutare il ritorno degli investimenti, attraverso tre fattori: la protezione in tempo reale, l’automazione spinta resa possibile dell’AI e (per l’appunto) la semplificazione a livello tecnologico.

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