Si parte da un acronimo, tanto è sconosciuto ai più quanto è importante per il funzionamento dei mercati finanziari europei: si chiama MISP e sta per Market Integration and Supervision Package, cioè pacchetto per l’integrazione e la vigilanza dei mercati dei capitali. Si tratta di un pacchetto di norme che vorrebbe portare nelle Borse, nelle infrastrutture che regolano i titoli e nel mondo cripto lo schema già collaudato con le banche: una vigilanza europea sui grandi operatori, le autorità nazionali al loro posto per tutto il resto.
Il braccio operativo è l’Esma, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, che passerebbe a controllare direttamente operatori oggi seguiti da autorità nazionali come la Consob e le sue omologhe.
L’obiettivo non è soltanto semplificare il lavoro degli intermediari. Un mercato dei capitali meno frammentato dovrebbe rendere più facile per le imprese raccogliere finanziamenti oltre i confini nazionali e ampliare le opportunità d’investimento per i risparmiatori.
Un accordo al ribasso
All’Ecofin riunito in Lussemburgo i ministri delle Finanze europei hanno trovato un accordo, ma non all’unanimità: venticinque Paesi a favore, il Belgio astenuto dopo una notte di testi riscritti dalla presidenza irlandese e il no della Slovacchia. Simon Harris, regista dell’intesa, non ha potuto fare altro che dire di sperare che col tempo la giornata venga ricordata come una tappa fondamentale.
Il problema è che la proposta originata dalla Commissione europea è entrata all’Ecofin con grandi ambizioni e ne è uscita molto ridimensionata.
Le piattaforme di negoziazione destinate alla vigilanza diretta scendono da dodici a otto, selezionate in base alla quota di mercato e all’attività oltre confine. Sulle criptovalute Bruxelles voleva tutti i fornitori dentro: ne restano solo una decina, i più grossi.
Euronext dentro, Francoforte resta fuori
Per quanto riguarda le Borse europee, Euronext, che opera su più mercati nazionali e comprende anche Piazza Affari, dovrebbe rientrare sotto la vigilanza dell’Esma. Non così il principale concorrente, Deutsche Börse. Per il governo tedesco era una condizione irrinunciabile e l’ha spuntata. Restano fuori anche Madrid e i mercati a prevalente matrice nazionale.
Euronext opera come un unico gruppo in diversi Paesi europei, tra cui Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo e Irlanda, oltre alla Norvegia. La sua infrastruttura di negoziazione, regolamento e compensazione si confronta con più giurisdizioni e autorità nazionali, uno dei nodi della frammentazione del mercato europeo dei capitali.
Deutsche Börse e BME (Bolsas y Mercados Españoles), pur gestendo flussi internazionali e operando in mercati globali, hanno le rispettive piattaforme azionarie principali radicate nelle singole giurisdizioni nazionali, Germania e Spagna.
Paesi come la Germania e la Spagna hanno avuto buon gioco nell’opporsi al trasferimento della vigilanza sulle proprie Borse nazionali all’Esma, rivendicando l’esistenza di mercati nazionali storicamente forti e centralizzati e di un’unica autorità di vigilanza.
Si capisce allora il tono della commissaria europea ai Servizi finanziari Maria Luis Albuquerque, che in riunione ha detto senza giri di parole che il testo non è compatibile con il mandato del Consiglio europeo né con la tabella di marcia “un’Europa, un mercato”. Ridurre l’Esma per accontentare esigenze nazionali, ha aggiunto la commissaria, indebolisce la vigilanza e rischia di produrre un impianto costoso e inadeguato.
Per una Commissione von der Leyen, abituata a rivendicare le intese anche quando sono mediocri, è un’insolita alzata di scudi. A Bruxelles la chiamano occasione mancata, e ora spera in una correzione al tavolo con gli eurodeputati, perché questo accordo è soltanto la base per il negoziato finale.
Il dissenso non riguarda soltanto quante piattaforme debbano essere vigilate dall’Esma, ma il principio stesso della riforma: la vigilanza deve seguire la dimensione europea delle attività di un operatore oppure restare ancorata alle autorità dei singoli Paesi? È su questa scelta che si misura la distanza fra un mercato formalmente unico e un sistema finanziario davvero integrato.
C’è poi la questione di chi comanda davvero. Nascerà un comitato esecutivo con il compito di decidere sugli operatori vigilati, mentre il consiglio delle autorità nazionali conserva strategie, bilanci e coordinamento. Sulla carta la divisione regge. La Commissione teme però che un organo che deve badare ai rapporti con le Capitali perda rapidità e decisione, cioè proprio ciò per cui lo si crea.
Nella notte la presidenza irlandese ha ridotto anche le quote di finanziamento dell’Esma in capo ai Paesi europei: per le attività non coperte dai contributi dei vigilati, la quota delle autorità nazionali scende dal 60 al 40 per cento e quella del bilancio europeo sale dal 40 al 60. I governi hanno deciso che l’Europa debba pagare di più per una vigilanza più piccola.
Per l’Italia la giornata ha un doppio tono. Euronext dentro è una buona notizia per Borsa Italiana, che si troverebbe sotto un supervisore unico invece di dipendere da mosaici nazionali. Lo stesso giorno il Consiglio ha nominato presidente dell’Esma Carlo Comporti, commissario Consob e già nel consiglio di sorveglianza dell’autorità.
Restano le incognite. Le soglie saranno riviste dalla Commissione dopo due anni, il che lascia la porta socchiusa a chi vorrebbe allargare il perimetro e a chi vorrebbe stringerlo. Il Belgio ha già detto che porterà la questione al Consiglio europeo della prossima settimana.
Si riparla della tassazione degli extraprofitti
A margine dei lavori è comparso un altro tema, più caldo e più rischioso. I ministri hanno dato via libera a ulteriori approfondimenti su una tassa europea sugli extraprofitti delle aziende energetiche. L’avevano chiesta sei Stati: Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Austria e Polonia. La Francia ha detto di capire la logica ma ha sollevato dubbi su metodo e opportunità, i frugali sono contrari, e si è discusso anche di chi abbia i dati per fare i conti.
Il compromesso dovrà ora passare al vaglio del Parlamento europeo. È lì che si capirà se il perimetro della vigilanza europea potrà essere ampliato oppure se le eccezioni negoziate dai governi sono destinate a diventare l’architettura stabile della riforma.
L’Europa vuole mercati dei capitali abbastanza integrati da competere con quelli americani, ma non è ancora pronta a rinunciare a una parte significativa del controllo nazionale. Il MISP prova a ridurre questa distanza, senza riuscire per ora a colmarla. Un mercato unico, almeno sulla carta, è più facile da proclamare che da costruire.













