La scelta di Stephen Miller, controverso ideologo dell’ultradestra americana, quale nuovo capo di staff della Casa Bianca ha scosso Washington e diviso il Paese, foriera di un clima avvelenato e caotico nel lungo tramonto della presidenza di Donald Trump. E a distanza di poche ore Trump ha rafforzato la risposta pugilistica alla sconfitta alle urne con un’altra mossa: ha offerto pubblicamente, sui social media, la poltrona di portavoce a Dana White, stretto alleato e ceo dell’Ultimate Fighting Championship, Ufc, il grande promotore delle arti marziali miste. Le doti di White: «È un combattente violento e un guerriero».
Ancora: Trump ha esteso l’invito a lavorare per lui al personale e ai lottatori dello Ufc, compresi cittadini stranieri: «Ne abbiamo bisogno per difenderci dalla sinistra lunatica». Il presidente in estate aveva ospitato alla Casa Bianca incontri organizzati da White in occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti.
Se il reclutamento dell’“armata” della Ufc contro critici e media ha fatto spettacolo – White da quanto trapelato avrebbe rifiutato – è stata però la promozione di Miller, a un ruolo a tutti gli effetti di plenipotenziario dell’amministrazione (è già stato ribattezzato primo ministro), a scatenare paure e polemiche. Reazioni negative sono serpeggiate negli stessi ranghi repubblicani, scioccati da una sconfitta elettorale considerata un ripudio proprio delle tendenze Maga più radicali. Mentre sono saliti sulle barricate i democratici vittoriosi al voto, che hanno denunciato Miller alla stregua di un inaccettabile pericolo pubblico.
«Miller è l’architetto delle più barbare e disumane politiche di questa amministrazione», è esploso il compassato leader dem al Senato Chuck Schumer. «Lo combatteremo a ogni passo». Lo Speaker entrante della Camera, Hakeem Jefferies, ha incalzato: «È un pericoloso xenofobo, un estremista irresponsabile che ha versato sangue americano». Tra i conservatori dissidenti, il senatore uscente Thom Tillis l’ha definito «incompetente» autore delle peggiori proposte dell’amministrazione; il deputato dell’Indiana Marlin Stutzman ha parlato di «decisione terribile» e il suo collega del Nebraska Don Beacon ha denunciato come non abbia ampio sostegno né credibilità a Capitol Hill. Lo considerano cervello delle purghe nel partito contro qualunque dissidente repubblicano. Neppure il grande business, che aveva buoni rapporti con la defenestrata Susie Wiles, si fida, imputandogli la mancanza di pragmatismo.
Miller, con Trump fin dagli albori nel 2016, ha subito rivendicato le sue doti di lealtà al presidente. «Senza Trump non ci sarebbe più l’America, ha salvato il Paese», ha detto da Mar-a-Lago, promettendo «devozione assoluta». Di cui ha ampiamente dato prova: è il principale sponsor della teoria dell’esecutivo unitario, di un potere nei fatti illimitato della Casa Bianca. Ha scritto di proprio pugno quasi tutti i decreti firmati da Trump, scavalcando il Congresso e accusando di colpo di Stato i magistrati che osassero bocciarli come illegali. Da mesi lavora ad altri ordini che Trump potrebbe imporre anche davanti ad una maggioranza parlamentare ostile. Tanto da aver già ricevuto la benedizione del guru della destra populista radicale Steve Bannon che lo ha definito un «Maga intransigente».






