Storie Web martedì, Ottobre 27

Venticinque ricorsi contro la legge elettorale, voluta dal centrodestra e appena entrata in vigore, sono stati presentati ieri in altrettante sezioni di Corte d’Appello di vari Tribunali italiani. Detto, fatto: la “Rete per un voto libero e eguale” che riunisce costituzionalisti, avvocati e associazioni varie ha dato l’annuncio in una conferenza stampa in Senato con Roberto Zaccaria, Enrico Grosso e l’avvocato Pietro Adami.

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Verso una sentenza della Consulta già a gennaio

Ma la notizia è che già il prossimo 16 dicembre è fissata una prima udienza, presso il Tribunale di Trento. E questo vuole dire che la sentenza della Corte costituzionale potrebbe arrivare a stretto giro, entro gennaio 2027.

I punti contestati

Nel mirino dei ricorrenti, come noto, i cardini del Melonellum, ossia il premio di maggioranza oltre il 42% dei voti e l’indicazione del nome del candidato premier al momento del deposito delle liste e dei contrassegni, pena l’inammissibilità. Un combinato disposto che configurerebbe un premierato di fatto, e quindi un mutamento della forma di governo senza passare per una modifica della Costituzione. Ma nel mirino c’è soprattutto la questione dell’obbligatorietà: «Una formazione politica può legittimamente partecipare alle elezioni per rappresentare determinati interessi, sostenere specifiche proposte legislative o svolgere una funzione di opposizione, senza necessariamente aspirare a esprimere il Presidente del Consiglio», è la tesi.

E proprio su questo aspetto, più che sul premio di maggioranza in sé che fuor di taccuino molti esponenti delle opposizioni ritengono legittimo, si concentrano le residue speranze di quanti nel Pd vorrebbero evitare le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier. «Se cade l’obbligo – è il ragionamento – possiamo presentarci in coalizione ma senza indicare il “capo”, con la motivazione che siamo contrari all’introduzione del premierato per via surrettizia».

Quanto poi a chi mandare in Tv a confrontarsi con Giorgia Meloni è un altro paio di maniche. Per il resto sono otto, in totale, i punti contestati: dai capilista bloccati alle candidature multiple, dai “listoni” precompilati di 70 deputati e 35 senatori che scattano con il premio al premio nazionale anche per il Senato, dalla mancanza di quote di genere per i capilista all’aumento delle firme per presentare un nuovo partito. Almeno su questi ultimi due punti, quote di genere e aumento delle firme, un intervento della Corte è dato per certo dai costituzionalisti più accreditati.

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