Storie Web mercoledì, Settembre 23

«Il corpo umano non è in grado di contenere nello stesso tempo l’alcool e l’antisemita. Basta che ci entri un po’ d’alcool, perché cominci a uscirne l’antisemita». Iniziamo da queste parole di Stanisław Jerzy Lec, scrittore e poeta polacco vissuto tra il 1909 e il 1966, per scrivere di Vogue World: Milano, evento organizzato dal network globale di Vogue e dal suo editore Condé Nast, che si è svolto in Galleria Vittorio Emanuele dalle 20.02 alle 20.47 di martedì 22 settembre: 45 minuti di spettacolo, trasmesso in streaming nel mondo, a fronte di ore di disagi per chi doveva passare per corso Vittorio Emanuele e piazza del Duomo, con la fermata della metro rossa chiusa nel pomeriggio e fino alla fine dell’evento.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Indizi di perdita di lucidità

Ma torniamo a Lec: internato in un campo di concentramento in Germania, vi rimase fino al luglio del 1943, quando nel campo ci furono esecuzioni di massa. Fuggito grazie al travestimento con un’uniforme tedesca, riuscì a raggiungere Varsavia dove si unì al movimento partigiano locale. Alla fine del conflitto riprese la sua attività di scrittore, interrotta solo da un breve intermezzo legato a un incarico diplomatico come addetto culturale presso l’ambasciata polacca a Vienna. Le parole di Lec servono a spiegare perché, secondo chi scrive, Anna Wintour, deus ex machina dell’evento di ieri sera e delle precedenti edizioni di Vogue World (a New York, Londra, Parigi e Los Angeles), ha perso la sua lucidità di pensiero. Alla lucidità di pensiero andrebbero aggiunte considerazioni sulla capacità di fare autocritica, ma quando si parla di Anna Wintour è inutile. Il 3 novembre compirà 77 anni, è stata direttrice (editor, in inglese) di Vogue America dal 1988 al 2025, quando ha lasciato il ruolo a Chloè Malle, che fino a quel momento si era occupata solo della parte digitale della testata. Una scelta contestata sia per quello che a molti è parso uno sfacciato nepotismo (Chloe Malle è figlia di Candice Bergen e Louis Malle), sia, forse più grave, per lo scarso “peso specifico” della giovane giornalista. Una scelta che è sembrata fatta apposta per non oscurare nemmeno per un attimo la figura di Anna Wintour, che dopo il “passaggio di testimone” è diventata chief content officer globale di Condé Nast e di tutte le edizioni di Vogue, americana e italiana comprese. Vogue World: Milano è stato presentato da Wintour e Francesca Ragazzi, formalmente direttrice dell’edizione di Vogue Italia, come un evento eccezionale che avrebbe abbracciato tanti aspetti della creatività, italiana e non solo, e promosso l’artigianalità insita nel sistema moda del nostro Paese. Per farlo, Wintour e Condé Nast hanno scelto il primo dei giorni della moda donna di Milano, in cui hanno sfilato, tra gli altri, Prada e Diesel. Su questo, la scelta della data, torneremo, perché lo consideriamo il primo indizio di mancanza di lucidità.

Il precedente della mostra su Galliano al Met

E torniamo una seconda volta alle parole di Lec, perché sembrano scritte per descrivere quello che accadde a John Galliano, all’epoca direttore creativo di Dior, che, insieme a Chanel, è il simbolo della storia della moda femminile francese e mondiale. Lvmh aveva scelto Galliano nel 1996, affindandogli così anche l’onere, con la sua prima sfilata, nel gennaio 1997, di segnare l’anniversario dei 50 anni della maison Dior. Il 25 febbraio 2011 l’idillio tra Galliano, Dior e Lvmh si interruppe bruscamente: lo stilista, nato nel Regno Unito nel 1960, fu arrestato in stato di ebbrezza a Parigi per comportamento violento verso una coppia di ebrei e insulti antisemiti. Il 2 marzo 2011 venne avviata la procedura di licenziamento da parte di Dior, citando anche un video circolante in rete in cui lo stilista, visibilmente ubriaco, inneggiava ad Adolf Hitler. Galliano, all’epoca, per sua stessa ammissione, dipendente da alcol, barbiturici e altri farmaci oppiodi, fu processato e condannato a pagare un risarcimento in denaro e dovette seguire un percorso di “rieducazione” sui temi dell’Olocausto e della storia delle persecuzioni ai danni degli ebrei. In questi anni sono emerse però testimonianze di persone che hanno sentito Galliano tornare sugli stessi temi, utilizzando toni e parole non dissimili da quelle pronunciate a Parigi 15 anni fa. Cosa fa Anna Wintour? Il 3 agosto annuncia che la prossima mostra del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art, con annesso Met Gala di maxi raccolta fondi per lo stesso museo, sarà dedicata a John Galliano. L’esposizione, intitolata John Galliano: Horizons, avrebbe dovuto iniziare nel maggio del 2027, preceduta dal Met Gala, per celebrare i quarant’anni di carriera dello stilista (dalla Central Saint Martins School di Londra a Givenchy, Dior e Maison Margiela, di cui è stato direttore creativo dal 2014 al 2024), universalmente riconosciuto come geniale, nella sua veste di designer. Annunciando la mostra, Wintour aveva scritto su vogue.com: “There is no one more deserving of an exhibition of this scale than John Galliano. He’s a great designer and his career isn’t defined by a moment – something that he will live with for the rest of his life. The exhibition won’t shy away from any of the darkness in John’s past. It’s part of what has shaped him. The show will take in the full arc of his career and grapple with all of it.” Secondo alcune ricostruzioni, in un moto, questo sì, di lucidità, Wintour e Andrew Bolton, curatore del Costume Institute, nel maggio scorso avrebbero incontrato un gruppo di rabbini newyorchesi e importanti esponenti della comunità ebraica di New York. O non si sono capiti, o Wintour e Bolton non hanno voluto capire. Come Anna Wintour abbia potuto pensare che nel Paese – gli Stati Uniti – con la popolazione più numerosa di ebrei fuori da Israele e poi nella città – New York – con una delle più numerose comunità di ebrei e infine in un museo privato – il Met – che ha tra i suoi donatori alcuni dei più ricchi ebrei newyorchesi, si potesse consegnare alla storia della moda un antisemita, ecco, per chi scrive resta un mistero. Da qui la spiegazione più semplice, da rasoio di Occam: Anna Wintour ha perso lucidità o forse, peggio, non capisce molto di antisemitismo, di ebraismo e di comunità ebraiche. Ricordiamolo: parliamo del 2011. L’area mediorientale non era certo pacificata, ma è impensabile usare gli argomenti di molti antisemiti di oggi, ovvero i crimini di guerra commessi dal governo Netanyahu nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Assordante silenzio

Passa poco più di un mese dall’annuncio di inizio agosto e la mostra – con un comunicato ufficiale del Met e un post di Galliano sui social – viene cancellata. Lo stilista fa l’ennesimo dolente mea culpa. Anna Wintour e Condé Nast tacciono. Troppo impegnati a pianificare Vogue World: Milano? Forse. Ma molti aspettano anche di sapere quale sarà la mostra che colmerà il vuoto lasciato da Galliano. Anche su questo Anna Wintour e Andrew Bolton ostentano un rumorosissimo silenzio. E veniamo finalmente a Milano: come abbiamo detto, la data è stata scelta e poi imposta consultandosi, apparentemente, solo con il sindaco e la giunta di Milano, che ha accordato i necessari – e del tutto inediti – permessi di usare lo storico spazio della Galleria e di chiudere la zona circostante al pubblico, mettendosi a disposizione per aiutare a gestire la logistica dell’evento (mai visti tanti vigili urbani come ieri in Galleria e nei dintorni).

Il contesto e la sua rappresentazione

Il sistema moda globale attraversa una fase molto difficile (si vedano Il Sole 24 Ore del 18, 22 e 23 settembre), legata a fattori economici, finanziari, geopolitici ma anche culturali e sociali. L’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere una filiera intatta del tessile-moda-accessorio di medio-alta e alta gamma, tanto che il lusso francese viene sostanzialmente prodotto qui, da Chanel alle maison della citata Lvmh. Per l’Italia, il tessile-moda-accessorio è un volano economico (la filiera vale circa 100 miliardi di euro) e di immagine. Non si contano gli appelli e i progetti per sostenere le parti più fragili della filiera (tutte tranne i grandi marchi, in buona sostanza) e per non disperdere know how produttivo e artigianale, oltre che creativo. Quest’ultimo però è forse inesauribile, è ciò che il mondo da sempre invidia all’Italia. Sulla manifattura e i laboratori artigianali invece la riflessione è aperta e i numeri raccontano di chiusure di micro aziende e di Pmi e anche di medie aziende e di crisi di vocazione. Fatta questa premessa, ben venga un evento che promuove tutto questo, che consegna al mondo un quadro così affascinante e positivo dell’Italia, condendo la moda con la cultura, la musica, la storia. Così era stato presentato Vogue World: Milano. E torniamo alla lucidità: ma davvero Anna Wintour e tutte le persone che hanno lavorato all’evento pensavano di poter concentrare questo obiettivo in 45 minuti? Prima assurdità, da cui discende, forse inevitabilmente, il resto: con una colonna sonora assai discutibile (i brani più famosi erano di Adriano Celentano e Umberto Tozzi), intermezzi teatrali altrettanto poco significativi e l’immancabile tocco di prezzemolo-Bolle, chi era in galleria ha visto sfilare alcuni – ripetiamo, alcuni – marchi della moda italiani, ma la scelta degli abiti, di chi li indossava e le mossette alle quali la regia – supponiamo – abbia costretto modelle e modelli (alcuni famosissimi, altri con percorsi totalmente diversi, in particolare sportivi), facevano sembrare il tutto caricaturale, se non macchiettistico.

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