Un uomo paralizzato ha ricominciato a muovere la mano, piegare il gomito, mangiare e bere in autonomia, e ha riacquistato la sensibilità tattile persa in seguito a una lesione al midollo spinale grazie a una neuroprotesi, ovvero un’interfaccia cervello-computer unica nel suo genere perché traduce i ‘pensieri’ di movimento del paziente in una duplice stimolazione nervosa: è il risultato descritto sulla rivista Nature Medicine da esperti del Northwell Health a Manhasset (Usa).
Alcuni dei benefici offerti dal sistema si sono mantenuti anche a dispositivo spento, suggerendo che la neuroprotesi potrebbe favorire un recupero a lungo termine, oltre a facilitare il movimento in tempo reale. La lesione al midollo spinale è una delle principali cause di paralisi e oltre la metà dei casi comporta tetraplegia, ovvero la perdita della capacità di muovere braccia e gambe. I precedenti sistemi di interfaccia cervello-computer hanno contribuito a ripristinare solo parzialmente il movimento, ma non sono riusciti a ripristinare il senso del tatto o a favorire un recupero a lungo termine.
Il gruppo di ricerca, diretto da Chad Bouton del Feinstein Institutes for Medical Research, ha sviluppato un sistema di “doppio bypass neurale” – il primo di questo tipo – che legge i segnali cerebrali legati all’intenzione di movimento della persona, ‘traducendoli’ in una stimolazione mirata che viene erogata sia al midollo spinale, sia alla parte del cervello coinvolta nel tatto, la corteccia somato sensoriale primaria. Questo sistema è stato testato su un uomo di 42 anni con tetraplegia completa. La sola stimolazione del midollo spinale ha migliorato la sua capacità di piegare i gomiti, permettendogli di portare entrambe le mani al viso. Il sistema completo lo ha anche aiutato ad aprire e chiudere la mano, bere da una tazza, nutrirsi autonomamente e controllare la presa quando maneggiava oggetti delicati. Il paziente ha anche acquisito una certa sensibilità tattile al polso, che è persistita per oltre 2 mesi dopo l’interruzione della stimolazione. Se confermato su un numero maggiore di persone con diverse tipologie di lesioni, questo approccio, affermano i ricercatori, potrebbe contribuire a ripristinare la funzionalità della mano e il tatto dopo una grave paralisi.












