Storie Web mercoledì, Luglio 15

La portabilità dei dati doveva essere la grande conquista del Data Act europeo, il regolamento pensato per restituire alle imprese il controllo sulle informazioni generate dai propri dispositivi connessi e dai servizi cloud. Ma a pochi mesi dall’entrata in vigore delle disposizioni principali, il quadro si complica: da un lato le frizioni operative nell’applicazione delle nuove regole, dall’altro una sentenza americana che rischia di far vacillare l’intero impianto dei trasferimenti di dati tra Unione europea e Stati Uniti.

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A riaccendere l’allarme è stata una decisione della Corte Suprema americana, che fa vacillare l’autonomia della Federal Trade Commission rispetto ai poteri del presidente. La sentenza, che limita i poteri dell’agenzia federale che vigila sulla privacy e sulle pratiche commerciali scorrette, potrebbe avere ripercussioni dirette sul Data Privacy Framework, l’accordo che dal 2023 consente il trasferimento di dati personali dalla Ue agli Usa.

Quel framework si regge infatti sulla premessa che le autorità americane garantiscano una protezione adeguata: se la Ftc viene depotenziata, l’intero castello giuridico potrebbe crollare, riaprendo lo scenario già vissuto con le sentenze Schrems I e II che avevano invalidato i precedenti accordi Safe Harbor e Privacy Shield.

In questo contesto di incertezza geopolitica si innestano le sfide operative del Data Act, entrato in vigore a inizio 2024 con l’applicazione delle disposizioni principali arrivata nel settembre 2025.

Il regolamento introduce obblighi stringenti per i produttori di dispositivi connessi e per i fornitori di servizi cloud: i primi devono rendere accessibili agli utenti i dati generati dall’uso dei prodotti, i secondi devono facilitare la migrazione verso fornitori alternativi eliminando le barriere tecniche e contrattuali che finora hanno alimentato il vendor lock-in.

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