Storie Web giovedì, Luglio 16

In principio furono le caverne. Oggi viviamo nelle città del Villaggio Globale, abitiamo nel mondo della “Natura assente” al tempo dell’IA. Servono progetti e soluzioni ambientali di rigenerazione urbana e umana scrive Alfredo Fusco, architetto, biophilic designer e docente, in Abitare la Natura (Maggioli Editore, €36): «Oggi il rapporto tra uomo e ambiente è segnato da un paradosso lacerante: mai come ora la sensibilità ecologica collettiva è stata così vigile, eppure mai l’essere umano è stato tanto fisicamente reciso dal mondo naturale».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Siamo l’Indoor Generation, dice Fusco: «La Natura da esperienza primaria si è ridotta a scenario, surrogata dall’illusione di connessione perpetua offerta dal web». È un vero deficit di Natura: «che indebolisce le funzioni cognitive, accresce lo stress ed erode l’equilibrio psico-fisico. Eppure, è in atto una riconnessione».

L’essere umano è Natura

I concetti del biophilic design rimandano alla biofilia, termine coniato dal biologo Edward O. Wilson: «L’essere umano è Natura. Per questo il biophilic design, prima di farsi tecnica o forma, è un cambio di mentalità, una revisione del nostro posto nel mondo, che muove da un io autoreferenziale a un noi ecologico e interdipendente, esteso all’intera comunità biotica – perché, continua – la disconnessione dalla Natura è un’anomalia recente». Così, introdurre “elementi biofili compensativi” nelle città: «È la sfida cruciale del nostro secolo: entro il 2050, 7 esseri umani su 10 abiteranno contesti urbani. La svolta sta nel cessare di concepire la città come macchina inerte di asfalto e cemento, ripensarla come organismo vivente che respira, assorbe acqua e regola la propria temperatura.

A livello individuale, gli strumenti compensativi biofili – giardini verticali, orti pensili, pareti vegetali – paiono irrilevanti, ma moltiplicati per migliaia di abitazioni divengono capillari di una rete ecologica urbana. Alla scala collettiva servono tetti e pareti vegetali, corridoi ecologici e riforestazione metropolitana, secondo principi-guida, come la regola 3-30-300 di Konijnendijk», ovvero ogni abitante in città dovrebbe vedere 3 alberi dalla finestra, vivere in un quartiere alberato al 30%, avere accesso a un parco, o una foresta, a 300 metri da casa o dal lavoro.

Trasformare i pattern biofili in requisiti

Per Fusco occorre poi «restituire suolo permeabile: penso alla depavimentazione, di cui Genova è pioniera; frantumare l’asfalto perché la terra torni a respirare, mitigando isole di calore e dissesto». Tuttavia, avverte l’autore: «La strada è quella normativa: trasformare i pattern biofili in requisiti, come insegnano il Biotope Area Factor di Berlino o la Landscape Replacement Policy di Singapore, fondata sul principio del no net loss. L’orizzonte ultimo non è compensare il deficit di Natura, ma superarlo».

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