Ad aprile il dipartimento di Giustizia ha revocato la moratoria sulle esecuzioni federali e ripristinato il protocollo con il pentobarbital già utilizzato durante la prima amministrazione Trump. Sul tavolo sono tornati anche altri metodi consentiti dalla legge, compreso il plotone d’esecuzione, mentre il Dipartimento ha accelerato l’esame dei casi nei quali può essere chiesta la pena capitale e annunciato una proposta legislativa da presentare al Congresso.
È qui che entra in gioco la Corte Suprema. Nel 2008 i giudici si trovarono davanti al caso di Patrick Kennedy, condannato a morte in Louisiana per lo stupro della figliastra di otto anni. La bambina era sopravvissuta. Con cinque voti contro quattro, la Corte annullò la condanna e stabilì che, per un reato contro la persona, la pena capitale non poteva essere inflitta quando la vittima non era stata uccisa.
Il caso Kennedy v. Louisiana, tuttavia, non riguardava i reati contro lo Stato e i giudici citarono espressamente, tra quelli sui quali non intendevano pronunciarsi, tradimento, spionaggio, terrorismo e «drug kingpin activity» («attività dei grandi narcotrafficanti»). Quella precisazione non autorizzava la pena di morte per un narcotrafficante che non avesse ucciso nessuno, lasciava semplicemente la questione fuori dalla sentenza.
Da allora quel limite non è stato messo alla prova. Una legge che introducesse la pena capitale per i grandi narcotrafficanti indipendentemente da un omicidio potrebbe riportare la questione davanti alla Corte Suprema, mentre l’amministrazione Trump cerca nuovi casi con cui contestare i precedenti che limitano l’applicazione della pena di morte.
Nel 2025, negli Stati Uniti, le esecuzioni sono state 47, contro le 25 del 2024. Al 29 settembre di quest’anno erano 29 in sei Stati. A maggio il 52% degli americani considerava la pena di morte moralmente accettabile, secondo Gallup, quattro punti in meno rispetto all’anno precedente.
