Il punto è che non c’è nulla di male, perché il vino è piacere, cultura, convivialità, ma è anche linguaggio. E come tutti i linguaggi racconta qualcosa di noi. O, forse, di quello che vorremmo raccontare. La scelta di un vino a tavola, in fondo, è un po’ autobiografica.

Vorremmo sembrare competenti, ma non saccenti. Raffinati, ma non snob. Generosi, ma non esibizionisti. Informati, ma non quelli che sanno tutto. E soprattutto vorremmo sembrare spontanei, che forse è la parte più difficile, perché anche la spontaneità, davanti a una carta dei vini, può diventare una performance.

Io credo invece che il vero lusso, quello più opportuno quando si parla di vino, sia poter dire semplicemente: “Questo mi piace”. Il resto va da sé. Può far nascere una buona conversazione a tavola, oppure no.
Senza dover spiegare perché. Senza cercare il vitigno più raro o dimostrare di conoscere perfettamente l’annata e le sue caratteristiche, ma soprattutto senza scegliere una bottiglia pensando di dover fare bella figura.

In fondo una bottiglia non ci riconosce, non sa chi siamo e nemmeno chi vorremmo sembrare. Ma il modo in cui la scegliamo, qualche volta, dice parecchio.
E forse, a pensarci bene, il vino più difficile da ordinare al ristorante non è quello più raro, più costoso o più importante. Ma quello che ci piace davvero. Soprattutto se nessuno ci sta guardando.

Condividere.
Exit mobile version