Per trent’anni è riuscita in un’impresa che sembrava sempre più difficile: essere repubblicana in uno Stato democratico, difendere posizioni centriste in un partito progressivamente spostato a destra e mantenere un seggio al Senato americano anche quando Donald Trump aveva trasformato il Grand Old Party a propria immagine. Ma questa volta Susan Collins non ce l’ha fatta. A 73 anni, la senatrice del Maine è stata sconfitta dal democratico Troy Jackson, lasciando il seggio che occupava ininterrottamente dal 1996. Una sconfitta che non è soltanto personale: segna anche il tramonto di una delle ultime esperienze di repubblicanesimo moderato ancora presenti a Washington.
Collins era diventata, nel corso degli anni, una figura quasi anomala nella politica americana. Repubblicana in uno Stato che alle presidenziali del 2024 aveva votato per Kamala Harris, era rimasta l’unica rappresentante del suo partito al Congresso in tutta la regione del New England. Una sopravvivenza politica costruita sulla capacità di presentarsi agli elettori come una figura indipendente, pragmatica e soprattutto attenta agli interessi del Maine, al di là delle appartenenze nazionali.
Nata nel 1952 a Caribou, nel nord dello Stato, in una famiglia di imprenditori, Collins aveva iniziato la propria carriera politica lontano dai riflettori di Washington. Dopo aver lavorato come collaboratrice al Senato e come funzionaria della Small Business Administration durante la presidenza di George H.W. Bush, nel 1994 aveva tentato senza successo la corsa a governatrice del Maine. Due anni dopo era riuscita a conquistare il seggio al Senato, che avrebbe mantenuto per tre decenni, resistendo a ripetuti tentativi democratici di estrometterla.
A Washington si era costruita una reputazione di senatrice disposta a rompere con il proprio partito quando lo riteneva necessario. Nel 2017 era stata una delle tre senatrici repubblicane decisive per impedire l’abrogazione dell’Affordable Care Act, la riforma sanitaria voluta da Barack Obama. Più recentemente aveva votato contro la conferma di Pete Hegseth alla guida del Pentagono. Le sue prese di distanza dalla Casa Bianca le erano costate anche gli attacchi pubblici di Trump, che non aveva nascosto la propria irritazione nei suoi confronti.
Eppure, proprio il rapporto con il presidente si è trasformato nel principale problema della sua campagna elettorale. Collins aveva cercato di difendere la propria indipendenza ricordando di essere stata la repubblicana che più frequentemente aveva votato contro Trump in Senato. Ma per una parte crescente dell’elettorato democratico, e anche per alcuni elettori che l’avevano sostenuta in passato, non era più sufficiente. L’accusa era quella di opporsi al presidente soltanto quando il suo voto non sarebbe stato decisivo, continuando per il resto a sostenere la maggioranza repubblicana.








