L’apertura della presidente del Consiglio Giorgia Meloni al divieto dei social network per i minori di 14 anni — arrivata all’indomani dei violenti scontri di piazza andati in scena a Milano — ha impresso una forte accelerazione al dibattito sulla sicurezza digitale dei giovanissimi.
La premier ha scelto di affidare formalmente al Parlamento l’iter legislativo per definire le misure più idonee, riaccendendo i riflettori su un vuoto normativo e su una serie di proposte di legge che giacciono da tempo negli archivi di Camera e Senato senza aver mai superato il primo via libera.
minori sui social, foto generica (Pixabay)
La situazione attuale e il nodo della verifica dell’età
Attualmente in Italia non esistono divieti assoluti di accesso alle piattaforme digitali per i minori. Le regole vigenti impongono che i bambini con meno di 14 anni debbano ottenere il consenso esplicito dei genitori per poter aprire un account. Tuttavia, nella pratica quotidiana questa norma risulta largamente inefficace: mancano infatti strumenti tecnologici certificati e uniformi in grado di verificare con certezza l’età anagrafica degli utenti o l’effettivo consenso genitoriale al momento della registrazione.
Una criticità che espone i preadolescenti agli algoritmi delle grandi piattaforme e ai rischi legati a un’esposizione precoce e non filtrata ai contenuti online.

servizio Minori e Social (rai3)
I testi in Parlamento: dal ddl Mennuni-Madia alle altre proposte
Carte alla mano, il panorama delle iniziative legislative è ampio ma frammentato, caratterizzato da un’alternanza di testi presentati sia dalla maggioranza che dall’opposizione. Tra questi spiccano:
Il ddl Mennuni-Madia (A.S. 1136): È considerato il testo più avanzato e di natura trasversale (bipartisan). Depositato nel 2024 a Palazzo Madama e parzialmente riscritto per recepire le indicazioni della Commissione UE (tramite il Dg Connect), prevede il divieto di accesso autonomo ai social per i minori di 15 anni, l’introduzione della responsabilità genitoriale e l’obbligo di verifica dell’età. Il provvedimento introduce inoltre norme specifiche a tutela dei baby-influencer e contro il fenomeno dello sharenting (la pubblicazione massiccia di foto, video e dettagli personali dei figli da parte dei genitori fin dalla nascita o addirittura dalle ecografie).
La proposta Latini (A.C. 2777): Depositata a Montecitorio a gennaio, prevede anch’essa il divieto d’uso dei social per gli under 15 (richiedendo il consenso genitoriale per la fascia tra i 15 e i 18 anni), obbliga le piattaforme a dotarsi di sistemi efficaci di verifica dell’età e promuove programmi di alfabetizzazione digitale nelle scuole, introducendo sanzioni fino al 6% del fatturato annuo mondiale per i trasgressori.
Il ddl Nicita-Basso (A.S. 1859): Presentato a fine marzo, sposta l’asse sul funzionamento strutturale delle piattaforme, imponendo la responsabilità degli operatori sulle architetture di distribuzione dei contenuti, vietando i meccanismi orientati all’uso compulsivo e alla profilazione non consensuale, e chiedendo massima trasparenza sull’impiego degli algoritmi.
Il testo di Forza Italia (C.3075): A prima firma Cristina Rossello e depositato lo scorso agosto, si concentra sull’obbligo di verifica dell’età e sulla tutela dei minori nella fruizione dei servizi digitali, con l’obiettivo di bilanciare la rapidità dell’intervento normativo con un necessario confronto con le linee guida dell’Unione Europea per evitare errori già commessi in altri Paesi (come l’Australia).
Il ddl Carfagna (A.C. 2861): Presentato a marzo 2026, punta su un divieto assoluto di iscrizione ai social per i minori di 13 anni, affiancato da un regime protetto basato su parental control e divieto di profilazione pubblicitaria per la fascia d’età compresa tra i 13 e i 16 anni.
Le iniziative complementari: Al Senato giace inoltre un ulteriore ddl promosso da Simona Malpezzi insieme a pediatri e all’associazione Terre des Hommes, focalizzato sulla protezione dei minori dall’esposizione precoce agli schermi.
La polemica politica: stallo e accuse incrociate
La presa di posizione della presidente del Consiglio ha immediatamente scatenato la reazione delle opposizioni, che denunciano i ritardi accumulati dalla politica in questi anni.
Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia) ha rilanciato con forza il testo di cui è prima firmataria, sottolineando che il ddl 1136 è già concordato con Bruxelles ed è “pronto per l’approvazione”. La senatrice ha proposto di votarlo direttamente o di trasporne i contenuti sotto forma di emendamento da inserire nel prossimo decreto sicurezza in arrivo in Aula.
Sulla stessa linea, il deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo ha evidenziato il legame tra i disordini di Milano e gli effetti distorsivi delle piattaforme sui soggetti più fragili, confermando l’apertura del partito a valutare l’inserimento delle norme nel decreto sicurezza, pur ribadendo la necessità di coordinamento europeo.
Di tutt’altro avviso le opposizioni, che puntano il dito contro l’inerzia della maggioranza. Simona Malpezzi (PD), vicepresidente della Commissione bicamerale infanzia e adolescenza, accusa la premier di essersi mossa solo oggi: “La presidente del Consiglio scopre oggi un’urgenza che in Parlamento conosciamo da tempo. Se è ancora fermo non dipende dal Parlamento, ma da un governo che per mesi non ha trasmesso i pareri necessari per andare avanti”.
Dura anche la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia, che rincara la dose: “Meloni scopre oggi il divieto dei social agli under 14. Peccato che le proposte siano ferme in Parlamento da oltre due anni. Forse deve evitare di pestare i piedi alle Big Tech e quindi a Trump”.
La parlamentare pentastellata rivendica inoltre la presenza di un proprio emendamento al decreto scuola finalizzato a stanziare risorse concrete per l’educazione digitale, auspicando che si passi finalmente dalle dichiarazioni d’intenti ai fatti.
