Dalle sfilate di moda agli astronauti, dalla 500 miglia di Indianapolis ai satelliti. L’ascesa dall’industria manifatturiera, dal tessile e dall’automotive, alla space economy è possibile. Spacewear e Dallara ci sono riuscite: la prima è nata a Fano, nelle Marche, dall’incontro di designer in ambito fashion e tessile con ingegneri aerospaziali e produce tute, abbigliamento e tessuti per le missioni spaziali; la seconda è stata contattata direttamente dalle aziende aerospaziali americane al pit stop delle vetture da competizione a Indianapolis, e con la divisione Aerospace & Defense Business Unit fondata nel 2021 fornisce componentistica con materiali avanzati per le missioni nello spazio.
La convergenza tra manifattura e spazio è diventata un’opportunità di crescita per le imprese italiane, non solo le grandi e medie ma anche le Pmi. Le aziende di piccole dimensioni e nicchie di eccellenza possono infatti approdare nello spazio: ma devono battere una concorrenza internazionale fortissima, devono sapersi affiancare a uno o più grandi partner già operativi nella New Space Economy e devono essere pronte alla commercializzazione in una doppia dimensione, terra e spazio.
Gli esperti di EY, interpellati dal Sole 24 Ore sul ruolo delle imprese italiane nella New Space Economy, dal loro osservatorio rilevano che i comparti tradizionali che mostrano il maggiore interesse verso queste opportunità di diversificazione sono la meccanica e meccatronica, l’elettronica e l’elettro-ottica, la chimica e le aziende attive nella produzione di componentistica mista. «Il settore Aerospace & Defense in Italia è caratterizzato da una forte polverizzazione del tessuto imprenditoriale, con un numero elevato di imprese di piccola dimensione e fatturato inferiore ai 10 milioni di euro. Tuttavia, i dati mostrano come la redditività e la creazione di valore siano concentrate nelle aziende più strutturate, con ricavi superiori ai 10 milioni, che registrano livelli di marginalità significativamente più elevati, con un utile netto intorno al 9%, sostenuti da una maggiore capacità di investimento, organizzazione e presidio della complessità industriale», spiegano i ricercatori di EY.
Negli ultimi anni il settore ha assunto un ruolo sempre più centrale nello scenario industriale europeo e italiano, da nicchia industriale a pilastro della politica industriale. I consigli degli esperti EY? «A&D non è un mercato “fai da te”. Regolamentazione, istituzioni ed ecosistema richiedono skill, tempo e continuità. Senza partner esperti e relazioni consolidate, l’ingresso è più lento e meno credibile. Aggregazioni e partnership sono un acceleratore strategico. La massa critica è sempre più determinante per competere, essere visibili e resilienti. M&A e alleanze facilitano scala, competenze e accesso ai fondi disponibili».
Collaborazioni, per esempio, con l’italiana Leonardo o la Nasa negli Usa. Il caso Dallara è la prova che le partnership nello spazio funzionano. Il Gruppo Dallara, fondato nel 1972, opera da oltre 50 anni nel motorsport, progettando, sviluppando e producendo vetture da competizione. Tra le gare più importanti a cui è legata la sua attività c’è la 500 Miglia di Indianapolis. Da oltre 25 anni, il Gruppo opera anche nel settore delle vetture stradali e, dal 2021, in quello dell’aerospazio, proponendo a importanti operatori soluzioni e componenti sviluppati per le competizioni o verificati attraverso simulazione e digital twin. «Nel motorsport, e in particolare in una gara come la 500 Miglia di Indianapolis, i tempi dell’innovazione sono estremamente rapidi. È in questo contesto che partner internazionali di primo piano nel settore spaziale hanno potuto osservare da vicino i nostri materiali avanzati e le nostre componenti innovative: da lì è nato il nostro primo contatto con lo spazio», ha raccontato al Sole 24 Ore Alessio Grasso, responsabile Aerospace & Defense Business Unit di Dallara. La collaborazione con importanti operatori dell’aerospazio offre a Dallara l’opportunità di applicare le proprie competenze a nuove sfide tecnologiche.












