Non è solo l’effetto inflattivo a spingere il fatturato dell’industria italiana che, secondo l’analisi trimestrale di Prometeia e Intesa Sanpaolo sui settori industriali, nei primi quattro mesi dell’anno a messo a segno un aumento del 2,3% a valori correnti rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Anche al netto dell’«effetto-prezzi», infatti, il dato deflazionato rimane positivo, pari a un incremento dell’1,1%.
Produzione, l’Italia cresce, la Germania cala
Anche la produzione – nonostante le difficoltà dovute alle discontinuità negli approvvigionamenti causate dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz – si attesta su livelli positivi, con un aumento dell’1,4% nel trimestre marzo-maggio (su base annua), che nei primi cinque mesi dell’anno si traduce in una sostanziale stabilità (+0,8%). Un andamento simile a quello della Francia e migliore del dato tedesco, che indica invece un calo del 3,4% non certo indolore per le filiere produttive italiane più legate all’economia della Germania. A spingere la produzione sono sostanzialmente due fattori, si legge nel report: la ripresa degli investimenti in macchinari e tecnologie sul mercato interno (non a caso, tra i settori che registrano i migliori risultati in termini di fatturato c’è la meccanica), oltre a una pianificazione lungimirante delle scorte lungo le filiere, che ha permesso di assorbire almeno in parte la scarsità e l’aumento dei costi delle materie prime.
La sorpresa dei mercati esteri
Segnali positivi arrivano anche dall’estero, dove si sono registrati andamenti migliori rispetto a quanto lo scenario internazionale facesse prevedere, tra dazi statunitensi, crescente concorrenza dei produttori cinesi e conflitti geopolitici: l’export di beni italiani è infatti aumentato del 3,1% nei primi quattro mesi, a valori correnti, e del 2,2% a prezzi costanti, grazie soprattutto al traino della farmaceutica e, sorprendentemente, degli Stati Uniti. «Ci sono alcuni fattori strutturali dell’economia italiana, spesso sottovalutati, che riescono ad attenuare gli effetti delle tante criticità di questa fase congiunturale – osserva Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia -. Uno dei principali è che le due transizioni gemelle, ambientale e digitale, nonostante tutto stanno andando avanti: sono un processo inarrestabile e questo sostiene la domanda, in particolare su un mercato come gli Stati Uniti, dove la spinta all’innovazione è molto elevata. Ci sono poi alcuni macrotrend che sostengono settori specifici, come ad esempio l’invecchiamento della popolazione, che alimenta la crescita dell’industria farmaceutica».
In questo scenario, i settori che hanno ottenuto i migliori sono quelli legati ai beni di investimento (la meccanica, l’elettrotecnica, l’elettronica), oltre alla metallurgia e alla farmaceutica. In calo invece settori più impattati dai rincari energetici, come i trasporti e l’alimentare.
Timori per le tensioni inflattive
Tuttavia, il clima di fiducia delle imprese è in peggioramento, si legge nell’analisi: a preoccupare le imprese è soprattutto l’evoluzione dei prezzi, ovvero l’inevitabile ricaduta a valle dell’aumento dei costi produttivi, lungo la filiera produttiva, fino ai consumatori finali, in un contesto di domanda debole. «Se anche si trovasse rapidamente una soluzione al conflitto in Medio Oriente, si tratterebbe di una soluzione temporanea – dice Lanza -. Assistiamo a un cambio di paradigma, che ha messo fine a un mondo in cui qualunque crisi veniva gestita attraverso regole multilaterali e globalmente accettate. Oggi le crisi vengono risolte, per così dire, attraverso negoziazioni bilaterali nella migliore delle ipotesi, o attraverso confronti di forza nella peggiore». Il livello dei prezzi è destinato inevitabilmente a salire e queste tensioni inflazionistiche diventeranno via via più visibili nei prossimi trimestri, portando a un calo della domanda che dovrà essere affrontata con una seria e strutturale politica di aumento dei salari.












