Storie Web lunedì, Giugno 15

Nascosta nella pancia del distretto industriale di Prato c’era una banca illegale, clandestina, fantasma, al servizio dei clan della sacra corona unita, della ’ndrangheta, della camorra ma anche di gang criminali albanesi. Un “istituto di credito” capace di muovere fino a 100 milioni l’anno di pagamenti in nero di partite di droga e merci tessili tra aziende cinesi. Soldi che correvano tra l’Italia e Paesi esteri. Le indagini dirette dalla Dda di Firenze, guidata dal procuratore Rosa Volpe e condotte dal Servizio Centrale Operativo della Polizia e dalla squadra mobile pratese hanno portato a eseguire 41 misure cautelari (17 in carcere, 16 ai domiciliari e otto con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria). Ben 57 gli indagati. Sono cinesi (in prevalenza), italiani e albanesi.

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L’organizzazione

Il gip Antonio Pezzuti ha ordinato il maxi-sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni per circa 60 milioni di euro. Tra i reati contestati c’è l’associazione per delinquere con l’aggravante della mafiosità per aver agevolato il clan Briganti di Lecce, la ’ndrina Fiarè, Razionale, Gasparro di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia) e il clan campano Aquino-Annunziata. Un’associazione finalizzata al riciclaggio, al reimpiego dei proventi illecito di spaccio, all’abusiva attività bancaria, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina. Al vertice della banca illegale, secondo gli investigatori, un cinese di 50 anni con numerosi precedenti penali, accusato di partecipazione ad associazione per delinquere finalizzata al commercio di droga in Veneto.

Il meccanismo operativo

Per pagare le partite di droga e la compravendita “in nero” di tessuti tra aziende cinesi, la “banca” usava il sistema di transazione islamica hawala noto in Cina come ’chop-shop’ (moneta volante), che non ha tracciabilità. Si basa sulla fiducia fra intermediari. Un meccanismo virtuale, adoperato anche da clan italiani e albanesi, che consente di trasferire “virtualmente” il denaro senza trasportare i soldi dal mittente al destinatario, da un Paese all’altro. Ma ci si affida una fitta rete di corrieri-raccoglitori di denaro sporco, che viaggiando tra l’Italia e l’estero – Spagna, Francia e Portogallo – concretizzava i pagamenti estero su estero attingendo dalle provviste dei traffici illeciti. Per non far circolare il denaro della droga – a rischio di sequestro nei controlli delle polizie dei vari Stati -, le transazioni venivano fatte usando il denaro realizzato nei flussi di cassa (tutto ’a nero’) delle aziende tessili cinesi del pronto moda, in base ai rapporti intercorrenti fra le industrie di Prato – principale distretto tessile europeo – e i poli produttivi nella penisola Iberica (ditte “pronto moda” a Madrid, Malaga, Valencia, Siviglia).

Traffico di immigrazione clandestina

La procura ha scoperto una stretta connessione d’affari fra il vertice dell’organizzazione – che agiva con modalità da broker – e i gruppi albanesi con necessità di riciclare i proventi del narcotraffico e che ne erano i “clienti”. Inoltre, il presunto capo della banca fantasma è accusato insieme ad altri cinque indagati anche di immigrazione clandestina per aver fatto entrare illegalmente nel territorio italiano, nel luglio 2023, immigrati cinesi. Si riporta il caso di cinque orientali che dovettero pagare 9.500 euro. I migranti, dopo essere atterrati in aereo in Serbia – Paese che non appartiene all’area Schengen e che non chiede il visto di ingresso per chi viene dalla Cina -, avrebbero alloggiato a Belgrado in b&b sotto controllo cinese, poi furono portati in Italia con un giro indiretto, passando da Ungheria e Slovenia. Destinazioni finali Prato, Torino e Sommacampagna (Verona).

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