Per l’opposizione, seppur con dei distinguo, la questione retributiva in Italia si migliorerebbe con l’introduzione di un salario minimo legale, vale a dire un trattamento economico minimo fissato per legge sotto il quale non si può scendere. Per il governo, invece, una strada per innalzare i salari passa per il cosiddetto salario giusto, che ha fatto capolino nel nostro ordinamento con il decreto 1° Maggio. Proviamo a fare chiarezza, al di là della polemica politica.

Cos’è il salario giusto

Partiamo dalla novità. L’articolo 7 del Dl del governo Meloni, che ha iniziato il suo iter parlamentare alla Camera, ha stabilito che il trattamento economico complessivo del lavoratore dipendente non può essere inferiore a quello definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Al fine dell’applicazione di tale parametro, si fa riferimento, per l’individuazione delle suddette organizzazioni comparativamente più rappresentative, al settore e alla categoria produttivi di riferimento, in rapporto all’attività principale o prevalente esercitata dal datore di lavoro e alla dimensione e alla natura giuridica di quest’ultimo, e, per i settori non coperti da contrattazione collettiva, al settore (coperto da contratto collettivo) maggiormente connesso all’attività effettivamente esercitata dal datore di lavoro, tenuto conto della dimensione e della natura giuridica del medesimo. Non solo. Si prevede anche che l’accesso ai benefici previsti dal decreto 1° Maggio è subordinato alla condizione che il trattamento economico corrisposto non sia inferiore a quello determinato in base ai criteri suddetti.

Tutte le voci della retribuzione

In altre parole, secondo il governo, è la contrattazione collettiva che costituisce lo strumento per la determinazione di retribuzioni giuste ed è sempre essa che deve assicurare ai lavoratori un trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato. Come è stato spiegato dallo stesso ministro del Lavoro, Marina Calderone, sul nostro giornale, «il salario giusto introduce una prospettiva diversa rispetto al semplice salario minimo. Non guarda soltanto alla paga oraria, ma alla qualità complessiva del trattamento economico e normativo costruito dalla contrattazione collettiva: tredicesima, quattordicesima, Tfr, welfare contrattuale, permessi, bilateralità e formazione. Con il salario giusto si valorizza la qualità della contrattazione, riconoscendo il ruolo e la qualità delle relazioni industriali».

La differenza con il salario minimo legale

Orbene, chiarito cos’è (o meglio dire, cosa vorrebbe essere) il salario giusto, vediamo che differenze ci sono con il salario minimo. Il punto di partenza è che la questione giuridica (e le conseguenti polemiche politico-sindacali) nasce dal fatto che nel nostro ordinamento non esiste un livello minimo di retribuzione fissato per legge, ma l’articolo 36 della Costituzione riconosce il diritto, per il lavoratore, ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa. E’ intervenuta poi una direttiva Ue sull’introduzione di un salario minimo adeguato per i lavoratori.

Il peso (e il valore) della contrattazione collettiva

Il salario minimo può essere stabilito per legge (salario minimo legale), dalla contrattazione collettiva nazionale, o dalla combinazione della fonte normativa con la contrattazione collettiva. Attualmente, il salario minimo esiste in tutti gli Stati membri dell’Ue: in 21 Paesi esistono salari minimi legali, mentre in sei Stati membri (Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) la protezione del salario minimo è fornita esclusivamente dai contratti collettivi. Il dibattito, tutto italiano, ruota anche attorno ad altri temi, quali il livello del salario minimo, le procedure e i criteri da stabilire per l’adeguamento periodico del salario minimo e il coinvolgimento dei sindacati e delle organizzazioni dei datori di lavoro nella definizione dello stesso. Da noi non è stato introdotto un salario minimo legale proprio per l’amplissima copertura della contrattazione collettiva (dati Cnel).

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