Il 3 luglio, al Festival dello spazio di Busalla, vicino a Genova, quattro bracci meccanici si sono agganciati l’uno all’altro davanti a telecamere e addetti ai lavori. Il gesto, da fiera della robotica, era invero la prima uscita pubblica di ROSAIA, il prototipo italiano pensato per fare, nello spazio, ciò che finora nessuno ha eseguito con continuità, cioè avvicinarsi, agganciare, ispezionare e manutenere un satellite senza spedire un solo essere umano oltre l’atmosfera terrestre.
Acronimo di “RObot parallelo continuo a Smorzamento Attivo su Intelligenza Artificiale”, ROSAIA è un sistema multibraccio coordinato e gestito nelle operazioni attraverso l’intelligenza artificiale. Finanziato dall’Agenzia spaziale italiana (l’Asi) è realizzato dall’Industrial Robotics Facility dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova. Come hanno spiegato la project manager di Asi, Orietta Lanciano, e il responsabile del progetto per Iit, Ferdinando Cannella, ROSAIA è composto da quattro bracci flessibili di circa 75 centimetri, capaci di garantire una presa sicura sull’oggetto target; il design è concepito per essere scalabile su taglie diverse, in funzione delle applicazioni future, che comprenderanno l’avvicinamento, l’aggancio, l’ispezione e la manutenzione di satelliti ancora operativi, così come la rimozione di apparati inattivi e detriti pericolosi. L’architettura di intelligenza artificiale sarà cruciale nella gestione dei movimenti e nel garantire la sicurezza complessiva della manovra, in un ambiente, quello orbitale, dove assenza di attrito e microgravità rendono ogni urto una potenziale causa di fallimento.
È opportuno affiancare il debutto di ROSAIA a un’altra notizia, arrivata da oltreoceano nelle stesse ore: il 3 luglio la Nasa ha infatti lanciato, grazie a razzo Pegasus XL aviotrasportato, LINK, il veicolo costruito dalla startup statunitense Katalyst Space Technologies con un contratto da 30 milioni di dollari assegnato nel settembre 2025. Obiettivo: raggiungere il telescopio spaziale Swift, in orbita dal 2004 e grande quanto un furgone, per riportarlo alla sua quota operativa originaria, circa 600 chilometri, dopo un decadimento orbitale che a causa dell’intensa attività solare lo ha avvicinato alla Terra minacciandone l’esistenza. Se l’impresa riuscirà – succederà non prima della seconda metà di agosto e occorreranno settimane per raggiungere l’orbita corretta -, per la prima volta un veicolo commerciale avrebbe catturato un satellite governativo americano, non progettato per essere assistito in orbita.
Due notizie, due continenti, una scommessa: rendere l’imminente futuro degli apparati orbitanti non più “usa e getta”, ma manutenibile. È il cuore dell’in-orbit servicing, il segmento che Asi, Nasa e Agenzia spaziale europea (Esa) — insieme con operatori come Astroscale, Northrop Grumman SpaceLogistics e la stessa Katalyst — indicano come la prossima frontiera industriale dello spazio.
Beninteso, non è un ambito inesplorato: nel 2022 la Cina aveva già spostato con successo un proprio satellite verso un’orbita cimitero, dimostrando che l’operazione è tecnicamente possibile. Ciò che però LINK tenterà nei prossimi mesi è un salto di complessità che, qualora di successo, la Nasa non esclude di poter replicare con “la rockstar dei telescopi spaziali”, l’osservatorio Hubble, anch’esso in lenta discesa orbitale.










