Una società pubblica dei porti capace di acquisire una presenza in scali fuori dall’Europa, di insediarvi servizi di interesse nazionale e di stringere partnership con operatori locali. È la proiezione internazionale che il viceministro delle Infrastrutture Edoardo Rixi lega alla riforma portuale e alla nascita della Porti d’Italia spa. L’ha rilanciata ieri alla Camera durante la conferenza «Crisi di Hormuz e le nuove rotte del commercio eurasiatico», organizzata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, diretta da Roberto Alesse, insieme a Confindustria, Il Sole 24 Ore, Ispi e Srm. Al tavolo, nell’Aula dei Gruppi parlamentari, c’erano i vertici doganali di Europa, Stati Uniti e Golfo.
«La qualità di una rotta commerciale non dipende soltanto da porti, strade o infrastrutture logistiche, ma sempre più dalla qualità delle procedure che accompagnano il movimento delle merci», ha spiegato Alesse.
Sullo stesso terreno si è mosso Rixi. Ha chiesto procedure uniformi negli scali italiani, più pre-clearing e sistemi informatici integrati, e ha richiamato la cooperazione con India ed Egitto. L’obiettivo, ha detto, è «contenere gli effetti delle due crisi geopolitiche che oggi interessano il Continente europeo» e «consolidare rapporti stabili con alcuni mercati in forte crescita, nei quali la presenza italiana ed europea è ancora spesso marginale».
I numeri, che arrivano da centri di ricerca internazionali e di cui l’Agenzia stessa si serve, aiutano a inquadrare scenario: a settembre nello Stretto di Hormuz sono transitate 15 navi al giorno, contro le 123 di un anno prima. Il nolo di un container da Shanghai a Genova è salito in media a 4.217 dollari nei primi nove mesi del 2026, il 19% in più su base annua. Ad agosto la puntualità dei servizi container è scesa al 49,9. Per l’Italia il Crea stima un costo pari allo 0,42% del Pil, mentre a luglio il deficit energetico è salito a 5,5 miliardi, dai 4,1 di un anno prima.
Dopo il gas russo nel 2022 e lo scontro tra Stati Uniti e Iran, la quasi paralisi di Hormuz e l’instabilità in Yemen, porta del Mar Rosso, hanno costretto le cancellerie europee a ripensare le politiche commerciali. Per Andrea Mazzella, ministro plenipotenziario e direttore delle Relazioni internazionali dell’Adm, serve «un’Agenzia delle Dogane europea che, muovendosi come una compagine unica, sia in grado di stipulare accordi di cui si possano avvantaggiare tutti». Il primo banco di prova sono i Paesi del Golfo, superando la stagione in cui ogni Stato procede con la propria diplomazia doganale.
