Storie Web sabato, Ottobre 31

La foto del profilo di Laura Procacci, nella sua pagina Instagram, è in realtà un collage di due immagini: da un lato lei con la mascherina chirurgica, dall’altra con l’elmetto, a indicare due aspetti della vita della sergente morta in Bosnia nello schianto dell’elicottero su cui viaggiava con il tenente della Cri Adriano Zecchillo, che domani avrebbe compiuto 65 anni, e i sergenti Simone Ruggia di 37 anni e Claudio Marchesi, di 35, entrambi di stanza al primo reggimento Antares di Viterbo. Quattro vite diverse con in comune, nella descrizione di amici e conoscenti, la voglia di aiutare.

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Laura aveva 32 anni. Maggiore di tre sorelle, era vissuta a Montegrosso e poi a Canosa di Puglia, vicino ad Andria. A diciotto anni, al quinto anno di liceo classico, aveva partecipato a Miss Italia, arrivando alla fase finale. Le sarebbe piaciuto diventare magistrato. Poi ha scelto un altro modo di aiutare la gente. Si è laureata in Scienze infermieristiche e poi si è iscritta alla facoltà di Medicina alla Sapienza ed era a un passo dalla laurea in Medicina.

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Durante il Covid aveva iniziato a fare la volontaria alla confraternita Misericordia di Canosa, che l’ha ricordata sui social come una persona «sempre pronta a tendere la mano per aiutare chiunque fosse in difficoltà». Lo scorso anno è entrata nel corpo militare volontario della Croce Rossa e lo scorso luglio ha ricevuto il premio Dea Ebe, proprio per il suo impegno. La sua è stata «una vita intrisa di volontariato e sani princìpi», ha detto la sindaca di Andria, Giovanna Bruno. «Il suo desiderio era quello di servire la Patria» ha aggiunto don Peppino Ruotolo, il parroco di Canosa, che vorrebbe Laura venisse ricordata «per la sua generosità, per il suo sorriso».

Anche Franco Adriano Zecchillo è stato ricordato per la sua generosità, oltre che per la competenza come tecnico perfusionista, ruolo in cui ha aiutato a creare la cardio chirurgia dell’ospedale di Legnano dove ha lavorato dal 1999 al 2022 quando è andato in pensione. «Era una persona molto corretta, un po’ schiva. Se organizzavi una cena magari non veniva, ma se gli chiedevi qualcosa si faceva in quattro» ha riferito il direttore della Unità Operativa di Cardiochirurgia dell’Asst Ovest Milano Germano Di Credico, che in tutto quel periodo ha collaborato con lui.

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Docente all’università dell’Insubria, dopo la pensione Zecchillo aveva continuato a lavorare e ad aiutare con la Croce Rossa in ambulanza e con l’elicottero. Dal 1984 era entrato nel corpo volontario e apparteneva al III Centro di Mobilitazione di Milano, città dove viveva nel quartiere Gallaratese, insieme alla madre Mary, che ha saputo della sua morte – avvenuta il giorno prima del suo compleanno e a un mese dal decesso del fratello Alberto Carmine – nella sua seconda casa a Paratico, nel Bresciano.

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