Storie Web lunedì, Maggio 11

Attenzione alla crescita dell’esposizione sul private credit da parte dei piccoli risparmiatori. A lanciare l’allarme è stato il Financial Stability Board (Fsb) l’organismo sovranazionale, con sede a Basilea, che vigila sulla stabilità del sistema finanziario globale e coordina le attività delle authority di vigilanza.

La vulnerabilità retail

Nel report pubblicato mercoledì sulle “Vulnerabilità nel private credit” (48 pagine), Fsb ha acceso ulteriori riflettori su un settore già da mesi all’attenzione delle authority di vigilanza nazionali, in particolare in Gran Bretagna. “Retailisation” è il termine utilizzato nel documento per indicare «l’aumento della partecipazione degli investitori retail nei mercati del credito privato», che, a detta di Fsb, «può essere associata a condizioni di rimborso più flessibili e potrebbe aumentare le potenziali vulnerabilità legate agli squilibri di liquidità». La quota di private credit nelle mani dei piccoli investitori è aumentata da zero al 13% nell’ultimo decennio e tale diffusione è in crescita soprattutto negli Usa.

Nel report viene poi segnalato che risparmiatori non esperti «potrebbero non comprendere pienamente l’illiquidità di questa classe di attivi, il che potrebbe amplificare le richieste di rimborso durante fasi di stress».

Tech, sanità e servizi

Fsb ovviamente lancia alert lì dove individua un eccesso di concentrazione di rischi. Ebbene, a detta della super authority, sono tre i settori dove sono maggiormente concentrati i fondi di private credit: tecnologia, sanità e servizi alle imprese. La novità è l’healthcare finora non emerso come segmento a rischio mentre, per quanto riguarda la tecnologia, viene sottolineato che c’è grande attenzione soprattutto sui cosiddetti hyperscaler ovvero i grandi fornitori di servizi cloud e dati.

La tendenza Pik

La mancanza di trasparenza e di granularità dei dati sono elementi che fanno evidenziare a Fsb la difficoltà di avere contezza delle potenziali criticità del private credit stimato, come dimensioni, tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di dollari. Ci sono però delle tendenze che possono mostrare se vi sia uno scenario in fase di deterioramento. Tra questi indicatori c’è la clausola finanziaria payment-in-kind presente in alcuni titoli obbligazionari o contratti di prestito che permette all’emittente (l’azienda debitrice) di non pagare gli interessi in contanti alle scadenze previste, posticipandoli al termine del contratto, ovviamente pagando di più. Nel rapporto viene segnalato che la clausola Pik è utilizzata in circa il 12% dei prestiti e che vi è stato un aumento significativo a partire dal 2022, in coincidenza con il rialzo dei tassi di interesse.

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