Le scorte mondiali di petrolio si avvicinano rapidamente al loro livello minimo degli ultimi 10 anni, con il rischio che si arrivi a un punto in cui, specie per alcune zone o paesi, non sarà più solo una questione di prezzi alti ma di scarsità, con conseguente distruzione della domanda e danni all’economia. Mentre perdura il blocco dello stretto di Hormuz dove i transiti di petroliere avvengono con il contagocce, un nuovo allarme arriva appunto da Ubs.
Le scorte
Secondo gli analisti, malgrado le misure governative come il rilascio delle riserve strategiche e un certo rallentamento della domanda ad aprile, il calo delle scorte scenderà, entro la fine di maggio, al livello minimo dal 2016, a quota 7,6 miliardi di barili contro gli 8,2 miliardi registrati a febbraio.
Gli effetti su prezzi e disponibilità
Gli effetti nelle prossime settimane e mesi potrebbero essere quelli di un nuovo rialzo dei prezzi e volatilità in una situazione già difficile. Dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico, il Brent è salito del 50% arrivando sopra i 100 dollari al barile mentre il Wti del Texas viaggia su quota 110 dollari.
Ma a parte il livello delle quotazioni il rischio è quello di una scarsità, poiché la distribuzione delle scorte non è uniforme e colpisce alcune zone e paesi più degli altri. Sulle prospettive del mercato vanno considerati poi altri fattori: secondo i media, l’amministrazione Trump ha lasciato scadere la deroga alle sanzioni che consentiva a paesi come l’India di acquistare petrolio russo via mare. Inoltre gli attacchi dei droni ucraini stanno mettendo a dura prova le infrastrutture di Mosca.
La previsione di Exxon
A rincarare la dose è stato poi nei giorni scorsi il Ceo di Exxon Darren Woods che ha sottolineato come «il mercato petrolifero non ha ancora risentito pienamente dell’impatto della perdita di forniture» ma se le scorte commerciali finiranno per scendere a livelli tali da non poter più fungere da fonte di approvvigionamento «continueremo a vedere un aumento dei prezzi sul mercato».
