«Oggi governare un ecosistema dell’innovazione come un parco scientifico significa non solo offrire spazi o servizi, ma studiare attentamente i bisogni delle imprese e le potenzialità di chi porta soluzioni e affinare la capacità di coniugarli in maniera mirata. La sfida è generare un impatto positivo sul sistema produttivo e industriale, facendo collaborare imprese, università, startup e centri di ricerca nel rispetto delle peculiarità e della diversità di ciascun attore dell’innovazione». È la visione di Salvatore Majorana, direttore di Kilometro Rosso, uno dei principali distretti europei dell’innovazione collocato strategicamente a Bergamo, sull’asse dell’A4 tra Milano e Venezia.
Fondato nel 2009 e sviluppato su iniziativa privata, oggi il campus è sede di 85 realtà tra aziende, laboratori e centri di ricerca per un totale di tremila addetti e ricercatori. In fondo è ancora oggi il territorio – o come si definiva una volta, il distretto – a fare la differenza e a scalare di rilevanza e consapevolezza. Così anche nel tempo dematerializzato sono i luoghi ad attrarci come calamite.
In 77 paesi 142mila imprese innovative
Da qualche mese Majorana è anche il nuovo presidente Iasp, International Association of Science Parks and Areas of Innovation. Si tratta della più grande rete mondiale di parchi scientifici e tecnologici, aree di innovazione, hub di trasferimento tecnologico e innovation districts in tutto il mondo. Quasi 400 associati che rappresentano 142mila aziende innovative in 77 Paesi del mondo. Una macchina di scambio e accelerazione che trasforma i parchi scientifici in ponti tra università, impresa e capitale che si accreditano come veri e propri orchestratori di ecosistemi. «In Italia da nord a sud le esperienze si sono moltiplicate negli anni, segno della vitalità di un mondo dell’innovazione che vuole emergere.
Majorana: «Progettare la crescita degli ecosistemi»
Gli esempi internazionali da cui imparare sono moltissimi: Zhongguancun Science Park a Pechino, High Tech Campus a Eindhoven, Málaga TechPark in Spagna», dice Majorana. Ma per questo ingegnere da una vita impegnato da sempre a progettare il futuro – in passato è stato anche direttore del trasferimento tecnologico dell’Istituto Italiano di Tecnologia – le divergenze tra il modello italiano e quello di Paesi come Cina o Corea del Sud sono evidenti. «Quella chiave è la capacità di progettare e pianificare la crescita degli ecosistemi. In Italia ed Europa i programmi a lungo termine escludono sistematicamente l’innovazione dall’agenda. Invece in Cina, Usa, Corea del Sud e in economie emergenti come Turchia, Brasile e India i governi sostengono piani di crescita focalizzati su competenze e scambi tra università, industria e finanza».
Un potenziale ancora inespresso
La formula vincente sta nel potenziale da far comprendere anche alla classe politica e a quella dirigente. «In questi Paesi anche geograficamente molto lontani dall’Italia i parchi scientifici sono strumenti strategici che hanno trasformato la storia: la Cina è potenza industriale leader, la Turchia avanza tumultuosamente, gli Usa rafforzano il primato. In Europa, nonostante decenni di prove sulla strategicità, mancano misure per valorizzarli», precisa Majorana. Da queste strutture così flessibili e permeabili alla co-progettazione e co-creazione nasceranno i servizi che disegneranno il futuro delle città, delle imprese, della mobilità, della nostra vita quotidiana. «Da qui passerà il trasferimento tecnologico e la creazione di nuove imprese che devono diventare assi portanti della politica industriale del Paese. Esistono diversi modelli per farlo. Noi siamo già attivi nel venture capital classico, ma anche nel venture client, prezioso nell’avvicinare large corporate a nuove imprese», dice Majorana.











