Storie Web giovedì, Maggio 28

Se lo stato di salute del sistema imprenditoriale si misura anche dalla capacità delle imprese di pagare alla scadenza, possiamo dire che quello delle aziende italiane non si aggrava ma neppure migliora. C’è infatti sì un peggioramento, ma è abbastanza leggero, così da poter affermare che il sistema regge. Se però lo sguardo si allarga oltre confine l’analisi muta. Secondo gli ultimi dati che emergono dallo Studio Pagamenti di Cribis (la società del gruppo Crif specializzata nel fornire informazioni e consulenza alle imprese), nel 2025 la percentuale di aziende che pagano alla scadenza (entro 30 giorni) cala di 1,7 punti percentuali rispetto al 2024, mentre il numero di aziende con ritardi gravi (oltre i 90 giorni) diminuisce di 0,3 punti percentuali. Come a dire che le virtuose peggiorano, ma non di tanto, e le meno virtuose migliorano, ma di pochissimo. È tuttavia nel confronto con l’Europa che il dato acquista pregnanza e qui si apre il gap, perché il report – oltre 2 miliardi di esperienze di pagamento raccolte attraverso la rete Cribis iTrade in 37 Paesi del mondo che rappresentano oltre il 90% del Pil – fotografa una divisione sempre più netta.

IL QUADRO

Pagamenti puntuali Q4 2025. Dati in %

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Dunque, in Italia la percentuale di aziende che pagano con puntualità è pari al 43,4% (in calo appunto di 1,7 punti percentuali rispetto al 2024), mentre la percentuale di aziende con ritardi gravi è pari al 4,1% (-0,3 per cento). Con questo risultato l’Italia si colloca, rispettivamente, al ventesimo e al ventottesimo posto nelle classifiche europee e mondiali delle nazioni più virtuose, scivolando di alcune posizioni rispetto all’anno scorso quando eravamo rispettivamente al sedicesimo e al ventiquattresimo posto.

A guidare l’Europa sono i Paesi del Nord: in testa alla classifica (come già l’anno scorso) c’è, infatti, la Danimarca con il 94,9% di pagamenti alla scadenza. Seguono Polonia (86,6%), Paesi Bassi (74,7%) e Svizzera (68,5%). Significativo il caso del Lussemburgo che compie un balzo importante rispetto all’anno precedente passando dal 41,5% del 2024 al 54,8 per cento. Anche il Belgio registra segnali di miglioramento segnando +9,2% e raggiungendo il 47,3 per cento. Per gli analisti «il Paese beneficia di meccanismi di indicizzazione automatica dei salari all’inflazione, uno strumento raro in Europa che protegge il reddito reale delle imprese e può ridurre le pressioni di liquidità lungo la catena dei pagamenti».

Opposto invece l’andamento dell’Irlanda: il Paese subisce la flessione più marcata dell’area con un -12,8% e si ferma al 45,5 per cento. Questo calo è «spiegabile con il “doppio binario” dell’economia irlandese: il Pil aggregato, trainato dalle multinazionali farmaceutiche e tech, non necessariamente si traduce in maggiore liquidità per le Pmi locali, esposte a costi operativi elevati e alle persistenti tensioni del mercato immobiliare».

Più articolato e frammentato il panorama del resto d’Europa. Ungheria (75,8%) e Slovenia (53,3%) guidano il gruppo, mentre il resto dell’area si attesta su livelli ben più bassi: Francia 46,5%, Turchia 46,4% e Spagna 45,9% e Italia 43,4 per cento, appunto.

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