La lezione a dieci anni da Brexit

«Dieci anni dopo il referendum, la vera lezione per le imprese italiane non è quanto sia cambiato il Regno Unito, ma quanto siamo cambiati noi nel modo di starci dentro – osserva Roberto Costa, presidente della Camera di commercio e industria italiana per il Regno Unito, che fa parte del network delle 86 Camere di commercio italiane all’estero, socie di Assocamerestero -. La Camera lavora ogni giorno perché quella complessità diventi un vantaggio competitivo, non un ostacolo».

La prima discontinuità registrata dalle imprese, aggiunge Costa, è stata «psicologica prima ancora che doganale». Già nella fase di transizione, molte pmi italiane, soprattutto del food & beverage e del tessile, hanno adottato un atteggiamento attendista, sospendendo o rallentando progetti di espansione che erano già in fase avanzata. A pesare è stato soprattutto l’aumento della burocrazia, soprattutto in alcuni settori, come quello alimentare. In particolare, il Trade and Cooperation Agreement entrato in vigore nel gennaio 2021 ha inserito regole di origine, barriere sanitarie e fitosanitarie, raddoppio degli adempimenti doganali, frammentazione delle filiere logistiche, che hanno comportato costi e lavoro aggiuntivi che le pmi meno strutturate non hanno potuto (o voluto) affrontare, tanto che molte hanno abbandonato il mercato britannico o ridotto la presenza a operazioni episodiche, spiegano dalla Camera di Londra.

Le testimonianze

Per le aziende più grandi è stato più facile superare questi problemi, anche se le difficoltà non sono mancate. «Per il nostro settore gli effetti più impattanti sono stati sul fronte amministrativo e della forza lavoro – spiega Enzo Lamberti, ceo di LDH (La Doria), controllata del gruppo La Doria nel Regno Unito che opera in UK come importatore e distributore -. Tuttavia, questo Paese rimane uno dei principali mercati esteri del nostro gruppo, come dimostrano gli importanti investimenti fatti per realizzare una nuova piattaforma logistica inaugurata nel 2020».

Più critico Marzo Zerboni, titolare con Giulio Temporin di Up on the Tables, che importa e distribuisce prodotti di tableware in tutto il Regno Unito, ma che è anche agente per diversi marchi italiani del food: «Brexit è stata un disastro per la ristorazione: i costi di trasporto sono raddoppiati, i tempi si sono allungati, la manodopera non si trova e il potere d’acquisto dei britannici è diminuito. Noi andiamo bene, ma è un Paese irriconoscibile rispetto a quello che ho conosciuto quando sono arrivato qui, alla fine degli anni 90, e ho deciso di viverci».

Il presidente Costa guarda tuttavia il bicchiere mezzo pieno: «Il volume degli scambi è rimasto stabile e, negli ultimi anni, osserviamo un riavvicinamento del Regno Unito all’Unione europea. Non credo si potrà tornare indietro rispetto a Brexit, ma ci sono delle aperture, come l’ipotesi di eliminare le certificazioni fitosanitarie sugli alimenti, che sarà discussa nel corso dell’estate, e il rientro nel programma Erasmus dal 2027».

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