Storie Web venerdì, Maggio 22

Non di soli rinnovi contrattuali vive la busta paga del dipendente pubblico. Che può contare anche su indennità specifiche, progressioni di carriera e fondi aggiuntivi per le voci accessorie. Quando ci sono.

Il Rapporto semestrale sulle retribuzioni della Pa presentato dall’Aran offre un carotaggio inedito nella vita reale degli stipendi pubblici. Un esame puntuale delle «retribuzioni di fatto», cioè le somme reali accreditate sui cedolini, nel comparto delle Funzioni centrali che raggruppa ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici come Inps e Inail mostra che fra 2021 e 2023, ultimo anno censito finora dal conto annuale della Ragioneria generale, la busta paga media è cresciuta di un robusto 13%, cioè quasi il doppio rispetto al +7% atteso in base agli effetti del rinnovo contrattuale intervenuto nel periodo. Questi numeri «mostrano che gli investimenti su organizzazione, carriera e produttività generano valore reale per i lavoratori pubblici», commenta il ministro per la Pa Paolo Zangrillo.
Ma come si spiega questa forbice?

Che cosa spinge i cedolini

La radiografia dettaglia le cause. In quel triennio è stato rinnovato il contratto 2019/21, firmato in via definitiva il 9 maggio 2022. Quel contratto ha portato un aumento medio del 3,3% sul tabellare, la base fissa della retribuzione, e un altro 2,6% sotto forma di conglobamento dell’indennità di amministrazione. L’indennità di vacanza contrattuale relativa al 2022/24 ha prodotto poi un +2,2%. Ma i meccanismi di carriera hanno generato un aumento medio ulteriore dell’1% e un +3,2% si legge alle caselle su produttività e risultato.
Numeri del genere meritano qualche spiegazione. Soprattutto ora che il nuovo risveglio dell’inflazione rischia di farsi sentire sugli attuali tavoli dei rinnovi, per la prima volta relativi al triennio in corso grazie all’accelerazione degli ultimi anni.

Gli altri comparti

Primo: quello delle Funzioni centrali, soprattutto per ministeri (+15,1% di retribuzione media fra 2021 e 2023) e agenzie fiscali (+14,7%, mentre gli enti pubblici si fermano al +6,5%), è un caso particolare, perché la rimodulazione delle «indennità di amministrazione» ha messo sul piatto importanti risorse extra; con interventi «perequativi», che hanno agito quindi sui ministeri dove le indennità erano più leggere.
Lo scenario ministeriale è particolare ma non è unico. Perché l’arrivo di somme aggiuntive agli ordinari canali contrattuali ha riguardato per esempio la sanità, con effetti che si cominceranno a leggere a fondo con il prossimo conto annuale della Ragioneria. Ma c’è un’altra conseguenza da considerare.
Da questa relativa vivacità retributiva sono in larga parte esclusi due grandi comparti, quelli di «Istruzione e ricerca» e «Funzioni locali» che in tutto cumulano 1,6 milioni di dipendenti. E che anche sul terreno contrattuale hanno viaggiato fin qui a ritmi più tranquilli.

Dieci anni di stipendi

È sempre il Rapporto Aran a disegnare un riassunto delle retribuzioni contrattuali medie fra 2015 e 2025. Qui il primato di Funzioni centrali (+17,7%) e sanità è spiegato da un rinnovo in più, perché i contratti 2022/24 sono stati firmati il 27 e 28 ottobre 2025, mentre Istruzione e Funzioni locali, entrambi al +13,4%, hanno dovuto attendere le buste paga di quest’anno per sentire gli effetti delle loro intese. Ma resta il fatto che nella scuola la dinamica di carriera è di fatto assente, e negli enti locali le retribuzioni di base e i fondi accessori sono più modesti. Il risultato è un infittirsi delle variabili retributive, in un panorama che però appare più spento dalle parti di istruzione, Comuni e Province.
Il confronto decennale mostra anche che l’aumento delle buste paga pubbliche (+14,9% medio) resta inferiore all’inflazione del periodo (+22,6%). Il dato è influenzato dal fatto che fino al 2018 i rinnovi erano congelati, per cui il recupero si è intensificato negli ultimi anni. Ma ora la risalita dei prezzi rischia di rimescolare i conti.

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