Storie Web lunedì, Aprile 20

Non è solo una questione di salute. L’obesità infantile può lasciare un segno profondo che si trascina per tutta la vita. E per le ragazze può diventare anche un ostacolo invisibile alla carriera lavorativa. Uno studio del Center for Clinical Research and Prevention dell’Ospedale Universitario di Copenhagen, condotto su oltre 134 mila persone, seguite per decenni, rivela una realtà scomoda: il peso in eccesso da bambine può tradursi in un grado di istruzione inferiore, in stipendi più bassi e, soprattutto, in una maggiore probabilità di uscire dal mercato del lavoro a 50 anni. La ricerca danese, finanziata da Novo Nordisk Foundation, che sarà presentata al prossimo congresso europeo sull’obesità (ECO 2026), ha analizzato le traiettorie dell’indice di massa corporea (BMI) tra i 6 e i 15 anni, confrontandole con alcuni risultati raggiunti nella vita adulta: anni di studio, reddito e partecipazione al lavoro. Il risultato? Chi da piccolo rientrava nelle statistiche dell’obesità, in media, ha prospettive peggiori su tutti questi obiettivi nel corso della vita.

Ma è quando si guarda alle differenze di genere, che emerge il punto più critico.

Ragazze penalizzate due volte

Per le donne, l’impatto è più duro e strutturale. Le bambine con obesità studiano meno anni rispetto alle coetanee con BMI nella media, guadagnano meno da adulte e hanno un rischio significativamente più alto di essere estromesse dal mercato del lavoro a 50 anni Ed è forse quest’ultimo il dato più allarmante: l’associazione tra obesità infantile e l’uscita dal mercato del lavoro a metà carriera si osserva solo nelle donne, non negli uomini. Le conseguenze dell’obesità infantile insomma non rappresentano solo uno svantaggio temporaneo. Per molte donne, questa scomoda eredità si traduce in un percorso professionale interrotto o mai consolidato.

Un nuovo “tetto di cristallo”

Questo studio suggerisce insomma che l’obesità infantile può trasformarsi in età adulta in una sorta di “tetto di cristallo”, una barriera invisibile che frena l’avanzamento di carriera delle donne nel lavoro. Un altro tassello che si va ad aggiungere a stereotipi, discriminazioni e disuguaglianze già esistenti. E il paradosso emerso da questa ricerca è che queste penalizzazioni lavorative, correlate all’obesità infantile, risultano ancora più evidenti tra chi proviene da famiglie con elevato livello di istruzione. Come se le aspettative sociali e culturali amplificassero il divario, anziché ridurlo. In passato, studi basati sui registri svedesi (BORIS e coorti nazionali) su migliaia di giovani avevano dimostrato che solo il 56,7% dei bambini con obesità completa almeno 12 anni di scuola, contro il 74,4% dei coetanei normopeso. Anche eliminando i bias del livello socioeconomico familiare, l’obesità resta un fattore di rischio indipendente: le probabilità di completare gli studi sono quasi dimezzate nei bambini e ragazzi con questa condizione. L’obesità infantile è dunque un forte predittore di minor livello di istruzione anche in un Paese come la Svezia, che ha uno dei sistemi educativi più equi al mondo.

E oltre-oceano le cose non cambiano. I dati che emergono dal Project EAT (USA) evidenziano che le adolescenti con obesità hanno una probabilità di laurearsi inferiore del 68% e da adulte hanno un reddito inferiore. Anche in questo caso l’obesità per le ragazze rappresenta un’ipoteca molto più severa che per la controparte maschile.

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