Storie Web martedì, Settembre 15

Malattia aggressiva, il linfoma a grandi cellule B, che rappresenta il tipo più comune dei linfomi non Hodgkin. E purtroppo nelle forme aggressive la ricaduta è precoce. Nonostante i progressi della ricerca, purtroppo, non sempre si riesce a tenere sotto controllo e fino a quattro pazienti su dieci possono sviluppare una malattia refrattaria o comunque non risponde più alle terapie di prima linea. Come se non bastasse, oltre al rischio di recidiva, conta anche il tempo in cui questa si ripresenta per indirizzare il trattamento futuro. “Una recidiva entro i 12 mesi orienta generalmente verso la terapia CAR-T, mentre una ricaduta oltre i 12 mesi può indirizzare verso il trapianto autologo di cellule staminali – è il commento di Carmelo Carlo-Stella, professore Ordinario di Ematologia, direttore della Scuola di Specializzazione in Ematologia presso Humanitas University di Milano e direttore della Divisione di Ematologia dell’IRCCS Humanitas Research Hospital di Milano -. Entrambe le opzioni sono riservate però ai pazienti eleggibili o per i quali sia ritenuto appropriato procedere con questi trattamenti”. Ed allora? Allora occorre rispondere ad un bisogno clinico insoddisfatto per chi non può accedere a queste opportunità di cura.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Oltre la chemio, si accendono le difese

Per questi malati è oggi disponibile una nuova opzione terapeutica, quando ovviamente non risulti percorribile la via delle CAR-T o dell’autotrapianto di midollo. Si tratta dell’associazione tra l’anticorpo bispecifico (in pratica si può legare a due punti diversi, al punto di attivare una risposta che porta a morte la cellula neoplastica) glofitamab con una classica chemioterapia, ovvero gemcitabina e oxaliplatino (GemOx). L’approccio, che in pratica porta ad attivare il sistema immunitario contro il tumore oltre alla chemioterapia, è disponibile e rimborsato in Italia per il trattamento dei pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B che presentano una recidiva o una malattia refrattaria dopo la prima linea di trattamento. “Poter disporre di nuove possibilità di trattamento per questo profilo di pazienti in seconda linea significa intervenire in una fase cruciale del percorso clinico del paziente, offrendo una preziosa opportunità di controllo della malattia”, fa sapere l’esperto. La ricerca clinica, in particolare, mostra come la combinazione porti ad un miglioramento significativo della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione rispetto allo standard di cura. “In particolare, consideriamo il valore nel trattamento della malattia refrattaria anche nella popolazione fragile e più anziana, insieme a un profilo di sicurezza gestibile, potrebbe rendere questa combinazione un’opzione terapeutica di grande interesse nella pratica clinica – sottolinea Paolo Corradini, professore Ordinario di Ematologia presso l’Università degli Studi di Milano e direttore della Divisione di Ematologia della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – questa opzione in più. In teoria potrà permetterci anche di curare sempre bene e sempre più a lungo più persone, superando magari alcune rigidità, per migliorare l’impiego delle risorse “.

Attenzione a pazienti e caregiver

Questa terapia, oltre ad essersi rivelata efficace va detto, presenta diversi aspetti pratici significativi anche sul fronte del modello organizzativo di somministrazione. In primo luogo è “off-the-shelf”, cioè subito disponibile, aspetto importante per pazienti che possono aggravarsi se non trattati tempestivamente. Ma non basta. La durata del trattamento viene definita fin dall’inizio: si prevede un numero definito di cicli e questo offre al paziente una data di fine certa e un periodo libero da trattamenti, migliorando la qualità di vita. “Ricevere una diagnosi di linfoma o affrontare una recidiva significa vedere la propria vita e quella dei propri cari improvvisamente sospesa, tra la paura del futuro e il bisogno di risposte il più possibile rapide ed efficaci – segnala Davide Petruzzelli, presidente de La Lampada di Aladino ETS. Oltre a dare speranza, la disponibilità di terapie pronte all’uso e a durata fissa significa offrire nuove opportunità a chi ha opzioni limitate, ma anche alleggerire il carico emotivo e organizzativo che grava sulle famiglie”.

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