Storie Web mercoledì, Novembre 4

“It’s the economy, stupid” – “È l’economia, stupido”.

Nel 1992 il politologo James Carville, stratega della campagna elettorale di Bill Clinton, spiegò così cosa guida il voto degli americani: l’interesse primario dell’elettore medio americano non erano certo i successi in politica estera, ma la propria situazione finanziaria personale, il costo della vita e il lavoro. Un principio ancora attuale: questa massima è diventata una legge non scritta della politica statunitense.

A guardare gli ultimi dati relativi al PIL degli Stati Uniti, la Casa Bianca non avrebbe nulla da temere alla prova del voto. 
Nel terzo trimestre del ’26 infatti l’economia a stelle e strisce cresce del 3,4% in accelerazione rispetto al 2,2% dei 3 mesi precedenti e sopra le attese degli analisti.

Numeri che confermano la forza della rivoluzione tecnologica in atto negli Stati Uniti ma che nulla hanno a che vedere con il benessere economico degli americani, che sono sempre più afflitti da inflazione, dazi e guerre. È la promessa elettorale tradita, mentre il moltiplicarsi degli energivori data center aumenta i timori di rincari in bolletta.

Più che il PIL allora, protagonista assoluto per capire il livello di benessere economico negli Stati Uniti è l’inflazione, il carrello della spesa, il costo del diesel per le imprese. L’ultimo dato disponibile risale a settembre e ci dice che l’inflazione negli Stati Uniti è salita al 3,7% su base annua, in accelerazione rispetto al 3,4% registrato ad agosto e sopra le attese del mercato.

Il prezzo della benzina è passato dai 3 dollari al gallone a 4,30 dollari al gallone dopo l’attacco all’Iran e la chiusura di Hormuz. Il diesel, fondamentale per i trasporti e le imprese agricole, è salito da meno di 4 dollari al gallone a oltre 6.

A settembre la crescita della benzina è stata superiore al 9% e in un anno l’indice dei costi degli energetici è cresciuto del 20%. Difficoltà cui si sono aggiunti i costi dei dazi. Secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, le imprese importatrici dell’Oregon hanno pagato circa 3 miliardi di dollari in imposte doganali tra marzo e dicembre dello scorso anno.

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